«La sanità sta cambiando. Le riforme in corso prevedono che il medico di famiglia dedichi parte del suo tempo ad attività fuori dall’ambulatorio. Se non verrà aggiunto nuovo personale, questo tempo sarà sottratto all’assistenza dei pazienti». È il messaggio affidato a un cartello affisso dai medici di famiglia nell’ambulatorio San Luca di Villanuova sul Clisi, per spiegare ai pazienti le conseguenze della loro presenza nella Casa di comunità.

Le ricadute vengono riassunte in quattro punti: «Tempi di attesa più lunghi, minore disponibilità per telefonate e urgenze, meno visite domiciliari e meno tempo per ogni paziente». Il cartello dà la misura delle preoccupazioni suscitate dalla novità introdotta dall’accordo siglato a fine giugno da Sisac, Fimmg e Fmt.
Cosa prevede l’accordo
Nel dettaglio, il sistema funziona così. Per garantire la presenza dei medici nelle Case di comunità si ricorre anzitutto ai professionisti con «ruolo unico di assistenza primaria» (Ruap), convenzionati con il Servizio sanitario nazionale dal gennaio 2025. Questi hanno un debito orario nei confronti della propria Asst, calcolato in base al numero di assistiti.
Quando questa disponibilità non basta a garantire la copertura, il direttore del Distretto sociosanitario si rivolge ai medici di medicina generale «a ciclo di scelta», cioè quelli scelti liberamente dai cittadini e convenzionati con il Servizio sanitario nazionale prima del gennaio 2025. In base all’accordo firmato a fine giugno, dopo il fallimento della riforma Schillaci, devono mettere a disposizione da tre a sei ore alla settimana.
Giovanni Gozio, medico di famiglia a Rezzato e vicepresidente del Consiglio provinciale dello Snami, precisa che «si tratta di un obbligo contrattuale che, se non rispettato, potrebbe aprire la strada a contenziosi».
Un vincolo, aggiunge, «introdotto con un accordo che lo Snami non ha firmato e varato per consentire alle Case di comunità di aprire e diventare operative, così da ottenere l’ultima tranche dei fondi del Pnrr». L’intesa ha avuto effetto immediato e alcuni medici bresciani hanno già iniziato a recarsi nelle Casa di comunità.
La situazione
«Purtroppo, però, non è stato ancora chiarito che cosa dobbiamo fare in quelle ore - spiega Gozio -. Al momento, in concreto, veniamo messi a disposizione dei pazienti rimasti senza medico di famiglia». Il timore del sindacato è che la presenza nelle Case di comunità si traduca soltanto in una copertura dei bisogni più urgenti, sottraendo però tempo agli assistiti del proprio ambulatorio.
Gozio auspica, invece, che vengano definiti progetti precisi, capaci di valorizzare il ruolo dei medici di famiglia: «So che l’Asst Spedali Civili, competente per il territorio in cui mi trovo, sta lavorando in questa direzione e spero che le proposte arrivino presto. Oggi ci sentiamo dei tappabuchi, mentre potremmo svolgere un’attività davvero utile alla sanità di prossimità».
Le proposte
Un esempio potrebbe essere «la presa in carico dei pazienti fragili affetti da più patologie. Per ciascuno di loro si potrebbe predisporre un Piano di assistenza individualizzata (Pai), cioè un percorso costruito sui bisogni della singola persona, con controlli, cure e interventi programmati».
Il tutto a una condizione essenziale: «Servono software in grado di dialogare tra loro -prosegue Gozio -. Lo chiediamo con forza: dobbiamo avere gli strumenti necessari per lavorare. La sanità non può funzionare a compartimenti stagni, serve una rete capace di mettere in comunicazione servizi e professionisti».
Ore reali e virtuali
C’è poi un’altra questione che, secondo il sindacato, deve essere risolta. «In Lombardia un medico con 1.500 assistiti viene pagato per 1.500 persone - osserva Gozio -, ma le ore da svolgere nella Casa di comunità per i medici convenzionati dopo il 2025 con debito orario vengono calcolate escludendo i pazienti con un’iscrizione temporanea. È il caso, per esempio, di chi ha il permesso di soggiorno in scadenza o di chi vive in provincia solo per un periodo, magari per motivi di lavoro. Non si capisce perché questi assistiti non debbano essere conteggiati: anche loro rappresentano un carico di lavoro».
Lo Snami annuncia quindi che continuerà a seguire la questione: «Vigileremo perché anche questo problema venga risolto e perché i medici nelle Case di comunità abbiano un ruolo preciso e qualificante».
Appello alla chiarezza
Angelo Rossi, referente provinciale della Fimmg (Federazione italiana dei medici di medicina generale), parla di «forti e comprensibili resistenze» tra i colleghi: «Bisogna chiarire al più presto chi deve fare che cosa. Oggi trascorriamo ore nelle Case di comunità in attesa dei pazienti e finiamo per fare i sostituti dei sostituti. Con collegamenti informatici efficienti, questa attività potrebbe essere svolta anche dai nostri ambulatori».
Per Rossi, senza una definizione precisa dei compiti del medico di famiglia nelle Case di comunità, «si sprecano risorse umane e materiali».
Il sindacato chiede quindi criteri più equi per stabilire quante ore ciascun professionista debba garantire: «Vanno considerati la distanza tra la Casa di comunità e l’ambulatorio, il numero reale di assistiti, il livello organizzativo dello studio e la situazione familiare del medico».
Serve, insomma, una svolta: «Non si era mai vista una confusione simile - osserva Rossi -. E a chi ci chiede perché abbiamo firmato l’accordo di giugno rispondo che l’alternativa sarebbe stata il passaggio alla dipendenza. Quindi molto peggio».
Carenza di figure
Il medico bresciano Francesco Falsetti, segretario regionale della Federazione medici territoriali (Fmt), definisce infine quella nelle Case di comunità una «presenza pressoché inutile».
«Siamo ancora molto lontani dalla medicina integrata e multiprofessionale prevista dalla normativa e indicata anche nelle più recenti analisi di Agenas - osserva -. Un modello che dovrebbe rappresentare un’alternativa al pronto soccorso per i casi non urgenti».
Per funzionare, però, servirebbero équipe: «Agenas prevede almeno la presenza di un medico di medicina generale o di un pediatra di libera scelta, un infermiere, un amministrativo e un assistente sociale. Solo in pochissime Case di comunità sono garantite le équipe. Mancano le figure e soprattutto quelle presenti non sono coordinate».




