Se il depuratore del Garda fosse stato costruito quando se ne cominciò a discutere seriamente, oggi probabilmente sarebbe già vecchio. Sta appieno nei paradossi delle grandi opere italiane: restano ferme abbastanza a lungo da costringere chi le progetta a ripensarle da capo. Così, mentre la politica litigava su dove farlo, quanti impianti servissero e quale territorio dovesse farsene carico, l’ingegneria ha continuato a correre. Il risultato è che il progetto che tra una spicciolata di giorni verrà illustrato agli enti - e che a settembre entrerà nell’iter autorizzativo - assomiglia poco a quello immaginato all’inizio. È più grande. Più costoso. Più articolato. Ma non per questo più «amato» da chi, da anni, dice «no, grazie».
Un maxi dossier di 800 pagine
Il 30 luglio il prefetto Andrea Polichetti - è lui che detiene le redini dell’operazione - riunirà Amministrazioni, enti e soggetti chiamati a esprimersi su una delle opere bresciane talmente discussa da essersi avvicinata quasi a un genere letterario.
Quella del prossimo giovedì sarà una riunione poco spettacolare e molto tecnica: servirà soprattutto a spiegare come orientarsi in un dossier mastodontico e labirintico, composto da oltre ottocento elaborati, ma è il passaggio chiave che precede l’avvio delle Conferenze dei servizi. Sembra burocrazia: in realtà è il momento in cui il dibattito accorcia lo spazio delle possibili scappatoie e avvicina quello dei cantieri.

Cosa raccontano progetto, costi e cronoprogramma? In primis c’è un equivoco che accompagna questa storia da anni. Ed è questo: si continua a parlare del «depuratore del Garda» come se tutto si esaurisse nell’impianto destinato a sorgere a Esenta di Lonato (più lontano rispetto all’ultima localizzazione). In realtà il depuratore è quasi il punto d’arrivo.
Il core business dell’opera è una rete che attraversa la sponda bresciana del lago: sessanta chilometri di collettori raccoglieranno le acque reflue dei Comuni rivieraschi, cinque nuove stazioni di pompaggio le accompagneranno verso sud e, tra Toscolano Maderno e Salò, una doppia condotta correrà sott’acqua per quasi dieci chilometri. Solo alla fine di questo percorso (modulato in tre lotti d’intervento) le acque raggiungeranno il nuovo impianto. Il disegno complessivo non consiste nella sola costruzione di un depuratore, ma nella sostituzione dell’intero sistema che oggi serve la sponda bresciana del Garda e che, dopo oltre mezzo secolo di attività, è piuttosto acciaccato.
Dall’energia all’irrigazione
Entrando nel dettaglio, l’impianto sarà dimensionato per servire fino a 200mila abitanti equivalenti, ma soprattutto è pensato per recuperare ciò che fino a pochi anni fa veniva considerato uno scarto. L’acqua depurata potrà essere riutilizzata per l’irrigazione agricola, il biogas prodotto dai fanghi contribuirà ad alimentare l’impianto, il fotovoltaico coprirà una quota crescente del fabbisogno energetico e il recupero di calore completerà il sistema. L’obiettivo dichiarato è superare il 40% di autoproduzione energetica entro il 2035 e arrivare all’autosufficienza dieci anni più tardi.

Dopo avere analizzato sei possibili localizzazioni, i progettisti hanno individuato come soluzione migliore l’area «Sud 2», a Esenta di Lonato (ma in aperta campagna). Non soltanto perché - a loro parere - offre spazi adeguati e meno vincoli rispetto alle alternative, ma perché «permette di integrare il depuratore con il territorio agricolo circostante, favorendo il riutilizzo delle acque trattate». Da qui partirà infatti una rete dedicata che potrà irrigare circa settecento ettari di campagna. Solo l’acqua non riutilizzata verrà convogliata nel Chiese attraverso un collettore dedicato.
Perché costa di più
Arriviamo al dossier economico: sì, la cifra è da capogiro e sì è cresciuta esponenzialmente. Il quadro economico redatto da Acque Bresciane sfiora oggi i 310 milioni di euro (309.960.000 per la precisione), ballano quasi 100 milioni in più rispetto ai preventivi precedenti. Come mai? Perché il progetto, nel frattempo, è diventato un altro progetto. Le indagini geologiche hanno imposto di rivedere parte delle opere civili.
Gli approfondimenti hanno evidenziato la necessità di potenziare gli impianti di sollevamento. Alcuni tratti saranno realizzati in microtunnelling anziché con scavi tradizionali. Tra Toscolano e Salò è stata scelta una nuova condotta sublacuale. E poi ci sono l’inflazione, l’aumento dei prezzi delle materie prime e una revisione della filiera di trattamento per garantire le prestazioni energetiche previste. La pronta consegna dell’opera punta al 31 dicembre 2035 con il primo lotto previsto concluso nel 2030, ma sui tempi è quanto mai necessario andarci coi piedi di piombo.

Il fatto che ci sia il progetto di fattibilità tecnico economica (propedeutico al definitivo) non cancella certo le ragioni del «no» che hanno accompagnato la vicenda. La localizzazione dell’impianto, lo scarico nel Chiese, l’impatto sul territorio e la distribuzione dei costi hanno alimentato uno dei confronti più accesi ed epici tra amministrazioni, Regione e gestori del servizio idrico: basti pensare al coriaceo Presidio 9 agosto, che ha piantonato sotto il Broletto per mille (e una) notte, proseguendo poi la mobilitazione in modo itinerante sui territori.
L’iter autorizzativo servirà anche a misurare quanto di quel conflitto sia stato assorbito dal nuovo progetto e quanto, invece, riemergerà sotto forma di osservazioni e prescrizioni. Insomma, il depuratore non è ancora un cantiere. Ma, dopo tanti anni trascorsi come un’idea continuamente riscritta, per la prima volta assomiglia davvero a un’opera pubblica.




