Acqua: la (mancata) gestione pubblica, prezzi record, multe Ue e bond

Partiamo dalle note positive, almeno tre ce ne sono. La prima: sull’inquinamento da Pfas – stando agli ultimi dati disponibili – la situazione bresciana resta da monitorare, ma «non c’è un quadro allarmante, anzi» (Arpa dixit). La seconda arriva dall’Osservatorio sugli usi e consumi idrici in ambito domestico: la Lombardia è sul podio della mappa del risparmio (terza dopo Emilia Romagna e Piemonte).
La terza: i gestori della nostra provincia – anche grazie all’iniezione di fondi del Pnrr – si sono dati un gran da fare per rattoppare la rete e per sostituire quei tubi che la rendevano un discreto colabrodo. Nel solo capoluogo (grazie agli investimenti di A2A), la dispersione idrica è scesa al 20%, a fronte di una media nazionale che si attesta attorno al 42%. Fine dei complimenti. Perché per (quasi) tutti gli altri dossier che riguardano l’acqua la politica, finora, è nei fatti rimasta solo in superficie. La ricorrenza di domani, la Giornata mondiale dell’acqua, è un’occasione per rispolverare i fascicoli rimasti in sospeso. E sono parecchi.
In sospeso
Partiamo dal referendum sull’acqua pubblica o – meglio – i due referendum: quello nazionale e quello territoriale. Dovevano segnare una svolta, invece sono rimasti lì, a metà tra principio e applicazione. Più che una riforma, una sospensione: l’acqua formalmente fuori dal profitto, ma dentro un sistema che continua a funzionare con logiche industriali. Il che ha molto a che vedere col portafoglio: Brescia si conferma infatti il territorio con i prezzi più alti.
L’oro blu (mai definizione fu letteralmente più azzeccata) è il più costoso della Lombardia (come si può vedere dall’analisi condotta da Cittadinanzattiva sulla scia dell’Osservatorio prezzi e tariffe, finanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy). I dati del mese in corso descrivono un quadro regionale contraddistinto da «notevoli differenze tariffarie» anche tra i singoli capoluoghi: si va dai 307 euro di Monza ai 531 euro di Brescia, che supera così anche la media nazionale (528 euro a famiglia, con un incremento del 5,4% rispetto all’anno precedente).
Le partite aperte non sono certo finite. In Regione, la Commissione speciale Crisi idrica – deliberata nel 2023 su proposta del consigliere regionale Massimo Vizzardi per affrontare il tema del recupero dell’acqua – è rimasta poco più di un annuncio: istituita sulla carta, non si è mai riunita.
Sul Garda, il depuratore è diventato il simbolo di tutto questo: discusso, ridiscusso, contestato, mai chiuso. Un rimbalzo continuo che trasforma un’infrastruttura in un caso politico permanente (senza vagliare, in parallelo, soluzioni alternative). Nel frattempo, il Garda resta senza tutele e il suo stato di salute peggiora. Poi c’è la partita delle concessioni idroelettriche: sul piatto ci sono miliardi di investimenti necessari, ma tra carte bollate, contenziosi e un dialogo con Bruxelles che procede a rilento, manca ancora una direzione che tenga insieme energia e risorsa idrica.
Sullo sfondo restano almeno un altro paio di questioni: la riforma delle Ato, che torna ciclicamente come una promessa e si ferma sempre un passo prima di diventare scelta. Infine, la prospettiva lanciata da Acque Bresciane, che sta ragionando ormai da mesi sugli «acqua-bond». Tradotto: serve finanza per tenere insieme un sistema che, così com’è, non riesce più a reggere.
Ritardi
Fin qui i temi in superficie. Sotto, ci sono i numeri. A partire da quelli che emergono dall’Atlante dell’acqua 2026 vergato da Legambiente. Un report nel quale l’associazione in primis chiarisce un concetto per nulla secondario. Questo: la depurazione è il sistema immunitario del ciclo idrico. Se salta, il danno non è immediato, è cumulativo. E quando emerge, è già tardi. L’esatta contezza di quanto il nostro territorio sia in ritardo si rilegge nelle procedure di infrazione europee.
Tre a livello nazionale, oltre 800 agglomerati fuori norma, ma il punto per la Lombardia è dove si concentra il ritardo: a Brescia. Procedura 2014/2059: venti agglomerati non conformi, tutti nell’Ato bresciano, costo stimato 215 milioni di euro. Procedura 2017/2181: altri 18 agglomerati, in gran parte ancora qui, altri 96 milioni. La somma fa oltre 300 milioni per mettersi in pari con una direttiva del 1991. Non è un inciampo, è un ritardo strutturale che si trascina.
A Brescia l’acqua continua a scorrere, il sistema no. E quando un sistema non scorre, diventa stagnante.
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