Cronaca

Ammoniaca e gas serra, l’epicentro delle emissioni in Pianura Padana è Brescia

Secondo il report di Greenpeace le zone più inquinate dalla zootecnia sono Montichiari, Ghedi, Calvisano, Leno e Isorella
Lo smog in Pianura Padana - © www.giornaledibrescia.it
Lo smog in Pianura Padana - © www.giornaledibrescia.it

Basta aprire le mappe. La Pianura Padana è punteggiata di rosso, ma c’è un punto che «brucia» più degli altri: la nostra provincia. Gli allevamenti bresciani, da soli, producono il 14,9% di tutta l’ammoniaca zootecnica dell’eco-regione e il 15,3% dei gas serra. Un settimo di tutto. In una delle aree in cui le authority individuano la peggiore qualità dell’aria d’Europa.

A sciorinare i dati è il report «Padania avvelenata» (pubblicato il 6 maggio 2026) che porta la firma di Greenpeace Italia e che ha incrociato l’Anagrafe zootecnica nazionale con i fattori emissivi scandagliati da Ispra, ricostruendo comune per comune le emissioni di bovini, suini e avicoli. Il quadro è pesante: tra il 2017 e il 2023 i capi allevati nell’eco-regione padana sono saliti da 88,4 a 95,2 milioni (+7,7%). Le emissioni di ammoniaca sono calate solo del 2,6%, mentre quelle relative al gas serra sono addirittura aumentate del 6,5%. Oggi parliamo di 162.700 tonnellate di ammoniaca e 12,7 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all’anno.

La nostra provincia

Dentro questo stallo, la Lombardia è il baricentro. La ragione è presto spiegata: si tratta della prima regione per numero di suini e bovini allevati e concentra una quota decisiva della produzione nazionale di carne e latte. E dentro la Lombardia, Brescia è il perno: insieme a Cremona e Mantova guida la classifica provinciale per emissioni, ma è la prima per peso percentuale sull’intera pianura. Significa che una quota rilevante dell’inquinamento legato alla zootecnia padana si concentra qui, tra la Bassa, l’asse del Chiese, le campagne a sud del capoluogo.

Scendendo di scala, i territori sotto la lente sono noti. Montichiari è tra i primi comuni per emissioni di ammoniaca. Ghedi, Calvisano, Leno, Isorella compaiono stabilmente nelle classifiche per carico zootecnico (sono anche territori con il maggior carico di nitrati). Qui gli allevamenti sono concentrati in spazi relativamente ridotti: capannoni, vasche di stoccaggio dei liquami, campi che ricevono spandimenti ripetuti. La densità conta: più animali per chilometro quadrato significano più reflui da gestire, più ammoniaca che evapora, più pressione su falde già vulnerabili ai nitrati.

L’ammoniaca è la variabile chiave. Nel 2023 circa il 73% delle emissioni agricole nazionali proveniva dagli allevamenti. Una volta in atmosfera, questa sostanza reagisce con ossidi di azoto e biossido di zolfo formando particolato fine secondario. È una componente rilevante del Pm 2,5 che ristagna nei mesi invernali sopra la pianura. In Lombardia, dove la conformazione geografica ostacola la dispersione degli inquinanti, il problema si amplifica.

Il paradosso normativo

C’è poi un paradosso normativo. Gli allevamenti intensivi di suini e pollame oltre determinate soglie rientrano nella Direttiva sulle emissioni industriali e devono ottenere un’Autorizzazione integrata ambientale. I bovini no. Eppure, nella sola eco-regione padana, nel 2023 sono stati proprio i bovini a generare il 65% dell’ammoniaca e l’84% dei gas serra legati alla zootecnia. In territori ad alta densità come quello bresciano, questa esclusione pesa, perché riguarda la specie numericamente e climaticamente più impattante.

Il report segnala anche un altro elemento: l’incremento dei capi non è stato compensato da un’analoga riduzione delle emissioni per animale. Le tecnologie di mitigazione (coperture delle vasche, sistemi di abbattimento, pratiche di spandimento meno emissive) non hanno prodotto, finora, un calo proporzionato. Il risultato è un equilibrio che tiene economicamente ma non ambientalmente.

La ricerca del punto d’equilibrio

Il punto non è demonizzare un comparto che in Lombardia vale miliardi di euro, alimenta filiere industriali strutturate, sostiene export, occupazione e credito. La zootecnia non è un settore marginale: è un’infrastruttura economica ed è anche una infrastruttura politica. Per questo il tema non è mai solo ambientale. Il nodo è un altro: se un territorio già esposto a livelli cronici di inquinamento atmosferico può permettersi di concentrare qui quasi un sesto delle emissioni zootecniche dell’intera Pianura Padana. Se la crescita dei capi (quel +7,7% in sei anni) può continuare senza una riduzione strutturale dell’impatto complessivo. Se l’innovazione tecnica basta, da sola, a compensare la densità.

Finora la risposta implicita è stata sì. Si è puntato sull’efficienza, sulle migliori tecniche disponibili, sull’idea che l’intensivo sia più «controllabile» del diffuso. Ma i numeri del report raccontano una realtà meno rassicurante: le emissioni di ammoniaca non crollano, i gas serra aumentano, la pressione resta concentrata sugli stessi territori.

In provincia di Brescia questo significa convivere con un doppio carico: quello storico dell’industria e quello crescente della zootecnia intensiva. Aria, suolo, falde non sono compartimenti stagni. La Pianura Padana funziona come una camera chiusa: ciò che si produce resta, si combina, si trasforma.

Le mappe non sono un atto d’accusa, sono uno specchio. Mostrano dove si è scelto di collocare un modello produttivo e dove si concentrano i suoi effetti. E pongono una domanda che non è più eludibile: se l’equilibrio attuale regge davvero o se stiamo semplicemente spostando nel tempo il costo di una concentrazione che oggi consideriamo normale. Brescia è il punto più intenso di quella mappa. Non per destino, ma per decisioni accumulate negli anni. E le decisioni, a differenza delle mappe, possono cambiare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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