Danni da ozono: sono a rischio le coltivazioni di frumento

Le aree della Pianura Padana dove si coltiva frumento tenero non dovrebbero essere a rischio, mentre cambiamenti climatici ed inquinamento atmosferico pesano enormemente per i territori del Sud del mondo come Asia meridionale ed orientale, Sudamerica ed Africa Subsahariana.
È una delle prospettive che si evince dallo studio (all’avanguardia e di prospettiva) redatto dal gruppo di ricerca dei Fisici ambientali della facoltà di Scienze, matematiche, fisiche e naturali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Campus di Brescia – insieme ai maggiori esperti mondiali di quest’ambito.
L’obiettivo
Scopo del lavoro è stato di individuare nel mondo le aree dove il frumento tenero è più vulnerabile al danno da ozono nel periodo di tempo fra oggi ed il 2100.

A capo dell’equipe internazionale il professor Giacomo Gerosa, docente ordinario di Fisica dell’atmosfera all’Università Cattolica, secondo il quale «il nostro studio ha permesso di individuare le aree del globo in cui il frumento sarà più vulnerabile al danno da ozono – spiega – nelle future condizioni climatiche e in cui dovranno concentrarsi maggiormente gli sforzi di mitigazione volti alla protezione della sicurezza alimentare dei rispettivi Stati. Come ricercatori Bresciani siamo orgogliosi di questo lavoro che si prefigura come un modello valido ed un riferimento di particolare utilità per il mondo scientifico, politico e produttivo».
Il punto
Per capirci meglio si può dire che il frumento tenero è la materia prima per produrre principalmente il pane ovvero l’alimento base per tutto il mondo soprattutto per le aree più povere del globo.
«Nel nostro studio parliamo di ozono troposferico – spiega il professor Gerosa – cioè quello presente a livello del suolo, dove viviamo noi e crescono le piante. Questo ozono è un inquinante atmosferico che viene assorbito dalle foglie attraverso gli stomi e può causare danni fisiologici e riduzioni di produttività agricola. Gli stomi sono come piccoli pori che permettono gli scambi gassosi tra pianta e atmosfera, ad esempio rilasciano vapore acqueo e assorbono anidride carbonica. (CO2) per la fotosintesi». E le conclusioni, già tra l’altro pubblicate sulla prestigiosa ed autorevole rivista Global Change Biology, quali sono?
Tre scenari
«Abbiamo utilizzato tre scenari climatici e socioeconomici futuri che simulano traiettorie alternative di sviluppo del pianeta da oggi al 2100 – spiega il professore Gerosa –. Questi scenari ipotizzano a livello globale diverse politiche sulle emissioni sia per i gas serra (essenzialmente CO2), che per gli inquinanti (incluso l’ozono). Il primo scenario – continua il docente – è virtuoso e si prevede che il controllo rigoroso delle emissioni di CO2 possa contenere il livello di CO2 a fine secolo entro i 450 ppm, e in cui politiche stringenti sugli inquinanti e i loro precursori riducano efficacemente le concentrazioni degli stessi».
Controlli
«Il secondo è intermedio e prevede che lo CO2 atmosferica salirà fino a 870 ppm a fine secolo, e che ipotizza pochissime limitazioni alle emissioni di inquinanti (se non in alcune regioni specifiche). Il terzo non prevede alcuna correzione della traiettoria delle emissioni, tale per cui la concentrazione di CO2 a fine secolo salirà a ben 1135 ppm, ossia più di due volte e mezza la concentrazione attuale. In questo scenario viene ipotizzato che i controlli sulle emissioni di inquinanti vengano imposti “in ritardo”, tra il 2050 e il 2080, a seconda della regione: in questo modo, le concentrazioni di ozono crescono e poi diminuiscono, ritornando a valori pressappoco simili a quelli odierni».
Quadro internazionale
E cosa ci si potrà attendere per il futuro nella nostra provincia visto che sono oltre 10mila gli ettari coltivati a frumento? «In Europa – spiega il professor Gerosa – il rischio ozono, pur declinando si sposterà dai Paesi del Sud Europa verso quelli del Centro-Nord Europa. Nell’Europa centro-orientale si potranno contenere i danni da ozono se verranno implementate principalmente strategie di riduzione delle emissioni di Co2, quelle che sono responsabili dei cambiamenti del clima oltre all’adozione di politiche di controllo sulle emissioni dei precursori dell’ozono stesso».
«Per l’Europa Occidentale, l’America nord orientale, il Giappone e la Corea serviranno entrambe le strategie congiuntamente. L’elemento da tenere in grande considerazione – conclude il professore Gerosa – è che i risultati forniscono una base scientifica solida per orientare strategie di mitigazione mirate e politiche agricole e ambientali, rafforzando il legame tra ricerca sul clima, qualità dell’aria e sicurezza alimentare globale».
In altre parole si può anche dire che l’Università Cattolica di Brescia con questa ricerca che si spinge fino alla fine del secolo ha visto più lontano perché, come diceva in queste occasioni Isaac Newton, è salita, grazie al professor Giacomo Gerosa e al suo gruppo di lavoro, sulle spalle dei giganti.
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