Pfas, nuova mappatura del livello d’inquinamento nel Bresciano

Arpa effettuerà dei campionamenti nei primi dieci territori in cui sono già state rilevate tracce dei veleni. Maria Luisa Pastore assicura: «L’acquedotto è sano»
Loading video...
Si cercano veleni nelle acque dell'Ovest
AA

Resistenti al calore, impermeabili, antiaderenti. È così che li abbiamo voluti: perfetti. E in effetti lo sono. I Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche, sono ciò che rende i nostri pantaloni da sci idrorepellenti, le padelle antiaderenti, la carta forno impenetrabile. Sono ovunque: nei cartoni della pizza, nei cosmetici, nelle schiume antincendio, nei tessuti tecnici. Ma ogni oggetto «brillante» ha il suo rovescio.

Eredità tossica

E nel caso dei Pfas, quel rovescio è un’eredità tossica: oltre 10mila molecole chimiche create di sana pianta dall’uomo, stabili, persistenti, invisibili. Molecole che non si degradano, non si sciolgono, non spariscono. Rimangono. Per sempre. Per questo li chiamano forever chemicals. E anche Brescia, oggi, è chiamata a fare i conti con questi veleni. I primi quattro siti contaminati (a Fornaci, Flero, Montichiari e Ghedi) sono stati «certificati» durante la campagna di indagini del 2018. E ora i professionisti del dipartimento di Brescia dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (alias: Arpa) – guidato da Maria Luisa Pastore – sono pronti a tornare sul campo per nuovi campionamenti.

Acque profonde

Come funziona? L’obiettivo è disegnare una mappatura aggiornata sullo stato di salute delle acque sotterranee superficiali della nostra provincia per quel che riguarda la contaminazione da Pfas. L’indagine ambientale è possibile grazie alla convenzione 2024-2026 stipulata con la Provincia, che ha messo a disposizione i fondi (circa 17mila euro) per realizzarla. Una premessa è d’obbligo: «L’acquedotto, ad oggi, è controllato ed è sano, l’acqua potabile non è in alcun modo intaccata da questi contaminanti» assicurano Pastore e il suo team. Detto questo, però, anche nel Bresciano qualche traccia i Pfas l’hanno lasciata: «Al momento gli unici dati disponibili sono relativi alle acque profonde, dove in alcuni territori sono state rintracciate delle tracce di Pfas» spiegano dall’Arpa. Tradotto: le acque potabili sono pulite, quelle profonde non sono inquinate ma hanno fatto accendere una spia: lì tracce dei veleni ci sono.

Il monitoraggio

Ed è proprio da quei Comuni che l’Agenzia fa partire il monitoraggio sulle acque superficiali, che finora non sono state indagate. «Lo scopo – si precisa – è individuare eventuali sorgenti di contaminazione e definire l’estensione dei fenomeni inquinanti in atto», oltre che «acquisire ulteriori dati ambientali a supporto di future considerazioni sullo stato qualitativo delle acque». Siccome però il territorio è esteso, l’Agenzia di via Cantore inizierà dai Comuni dell’ovest bresciano. Dieci, in particolare, quelli che finiranno al centro di campionamenti e indagini di qui alle prossime settimane, costituendo di fatto l’area studio per quest’anno: Calcinato, Montichiari, Ghedi, Castenedolo, Leno, Manerbio, Borgosatollo, San Zeno Naviglio, Montirone e Bagnolo Mella. «Il punto – spiegano dall’Arpa – è tenere ben controllate le zone in cui si è già manifestata la presenza di queste sostanze, che non dovrebbero proprio esserci». L’obiettivo è chiaro: non intervenire dopo, ma durante. Capire se i valori aumentano, se si spostano, se si infiltrano. Perché con i Pfas non ci sono certezze stabili, solo tendenze da leggere nel tempo.

La mappa nazionale

Le sostanze perfluoroalchiliche sono composti chimici creati per resistere a tutto: all’acqua, al gesso, al fuoco. Non si decompongono: sono i fantasmi dell’industria moderna. E ora la loro impronta fa capolino come una cartolina dal futuro. A tenere alta l’attenzione su questi inquinanti è stata nei mesi scorsi Greenpeace, che ha tracciato la prima mappa nazionale della contaminazione da Pfas nell’acqua potabile: 260 campioni, 235 città, fermandosi anche in Lombardia. Il quadro che emerge è questo: se si adotta il limite europeo che entrerà in vigore nel 2026 (100 nanogrammi per litro), quasi tutto appare sotto controllo. Ma se si guarda più lontano, come hanno fatto gli Stati Uniti (che hanno fissato un limite a 4 nanogrammi per litro) allora la prospettiva cambia. E cambia anche il grado di urgenza.

Fascia verde

«A oggi non è obbligatorio per gli enti verificare la presenza di questi inquinanti – si spiega nel rapporto di Greenpeace – ma i casi di contaminazione sono noti, e la Lombardia non restituisce una fotografia confortante». A partire da Palazzolo che, con 25,1 nanogrammi/litro, è risultato il terzo comune in Italia per presenza complessiva di Pfas (6,3 per Pfoa; 63,3 per Tfa, la molecola Pfas più diffusa, derivata da pesticidi e farmaci). A Brescia, il «valore somma» (cioè la concentrazione totale di Pfas) nei campioni analizzati dall’associazione si colloca nella fascia verde: tra 1 e 10 nanogrammi per litro. Non un allarme. Ma nemmeno una tregua. Perché anche piccole dosi, nel tempo, si accumulano.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.