Metano e allevamenti intensivi: allarme dalla Pianura Padana
Non è il «combustibile ponte» che per anni è stato raccontato come alleato della transizione ecologica. Il metano, sempre più presente nell’atmosfera, si conferma invece uno dei principali responsabili del riscaldamento globale, con un potere climalterante molto superiore a quello della CO₂. E proprio dall’agricoltura del Nord Italia, cuore produttivo del Paese, arriva una quota significativa delle emissioni che alimentano la crisi climatica. È questo il quadro emerso a Milano durante l’evento conclusivo della campagna «MetaNO! Coltiviamo un altro clima», promossa da Legambiente Lombardia, che propone un piano nazionale per ridurre le emissioni di metano entro il 2030.
I dati
Il dato più significativo riguarda la concentrazione di emissioni nella Pianura Padana, dove l’allevamento intensivo rappresenta una componente essenziale dell’economia agricola. Secondo le stime presentate, il 46% delle emissioni nazionali di metano deriva dal settore agricolo, in particolare dagli allevamenti bovini e suini e dalla gestione dei liquami zootecnici. La sola Lombardia produce circa 230 mila tonnellate annue di metano, oltre il 30% del totale nazionale, con valori superiori a quelli di Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto. Il tema non riguarda soltanto il clima globale.

Il metano contribuisce infatti anche alla formazione di ozono troposferico, uno degli inquinanti responsabili dello smog estivo che incide sulla qualità dell’aria e sulla salute pubblica. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), una parte rilevante dell’aumento della temperatura media del pianeta è attribuibile proprio a questo gas, la cui concentrazione atmosferica continua a crescere.
La strategia
Il piano illustrato da Legambiente propone una strategia articolata, che combina innovazione tecnologica e transizione agroecologica. «Crediamo che sia nell’interesse di tutti ripensare le strategie di questo settore economico – afferma Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia –, puntando sul legame col territorio e le sue materie prime agricole anziché sui volumi produttivi: ridurre il numero di capi allevati e qualificare le produzioni può remunerare meglio le aziende agricole, mettendole al riparo dalle crisi ricorrenti».
Tra le misure indicate da Legambiente figurano il miglioramento dell’alimentazione animale per ridurre le emissioni enteriche, l’efficientamento della gestione dei liquami, lo sviluppo di filiere di biometano a basse emissioni e una progressiva riduzione del numero di capi negli allevamenti più intensivi, accompagnata da un rafforzamento della qualità delle produzioni. Anche la risicoltura, altra attività diffusa nel Nord Italia, potrebbe contribuire al taglio delle emissioni attraverso tecniche di irrigazione alternata e rotazioni colturali.
L’obiettivo è in linea con il Global Methane Pledge sottoscritto da 160 Paesi, che prevede una riduzione del 30% delle emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020. Secondo le valutazioni contenute nello studio, l’applicazione coordinata delle misure proposte potrebbe consentire un taglio del 26% delle emissioni di metano di origine agricola, con benefici non solo climatici ma anche per la qualità dell’aria, delle acque e per l’uso delle risorse idriche. La sfida, tuttavia, è anche economica e culturale.
Agroalimentare
Il sistema agroalimentare italiano, in particolare quello della Pianura Padana, è fortemente legato a produzioni di eccellenza che alimentano il Made in Italy nel mondo. Il nodo, secondo i promotori del piano, è trovare un equilibrio tra competitività e sostenibilità, puntando su un modello capace di produrre meno ma meglio, valorizzando il legame con il territorio e riducendo l’impatto ambientale delle filiere.
Il metano, insomma, non è più soltanto una questione energetica. È diventato un indicatore della capacità del sistema produttivo di adattarsi alle nuove priorità ambientali. E la partita si gioca soprattutto nei territori dove agricoltura e allevamento rappresentano una risorsa economica strategica, ma anche una responsabilità crescente nei confronti del clima.
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