L’immagine simbolo sta nella sfilata dei ciclopici silos accasciati a terra, stesi, quasi in segno di resa. Ma attraversare l’isolato industriale - un quartiere di 110mila metri quadrati - somiglia quasi a una «via crucis»: le tappe sono scandite dai sei cantieri che, in contemporanea, stanno «sfasciando» il sito e che - pezzo dopo pezzo - iniziano a «cancellare» la Caffaro che fu.
Produzione ferma da giugno 2020
Si lavora, dunque: il pensionamento dell’industria che ha scritto la storia (chimica, industriale, avvelenata) della città è davvero iniziato. Ed è un percorso, questo, nel quale il gigante industriale che dal 2001 in avanti ha terrorizzato, fatto discutere e tormentato (ma, non va davvero scordato, anche «fatto lavorare») la nostra provincia è accompagnato per mano dal
l’ultima azienda che lì ha messo piede: Caffaro Brescia, che nulla c’entra con la produzione chimica originaria, quella che ha infestato terra, acqua e rogge con i maledetti Pcb e con il mercurio. Ma che quegli impianti li ha «ereditati» e utilizzati (in parte) a sua volta per produrre clorito di sodio, un disinfettante che serve per la potabilizzazione delle acque e per il quale è necessario
anche l’impiego di cromo.