Cromo nelle acque sotterranee, la mappa dei focolai nel Bresciano

Il «Progetto Plumes» di Arpa rivela le cinque aree critiche: nove anni di indagini confermano concentrazioni anomale di inquinanti
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La mappa dei veleni nelle falde
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Non ha odore, non si vede, eppure si sente. La falda scorre sotto i cortili, le fabbriche, i campi di mais. Ed è malata. Dopo nove anni di lavoro – tra analisi, monitoraggi e relazioni – il dipartimento bresciano dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ha apposto il timbro sul «Progetto Plumes», la più completa indagine sulla contaminazione delle acque sotterranee nella nostra provincia. Una mappa che fotografa cinque aree critiche: Valtrompia, capoluogo, Ovest Bresciano, Desenzano–Lonato, Mazzano-Castenedolo-Montichiari. Qui i tecnici hanno scavato, misurato, prelevato acqua da centinaia di piezometri. Cinque ferite diverse, ma con la stessa radice: una lunga storia industriale che si è scritta (anche) nella falda.

Un veleno «elegante»

Il «laboratorio portatile» dell'Arpa - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Il «laboratorio portatile» dell'Arpa - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Tra i contaminanti più insidiosi si trova lui, il cromo VI, o cromo esavalente, che i bresciani conoscono bene almeno per nome. Questa forma ossidata del cromo – un metallo brillante, naturalmente presente in natura – è ampiamente usata in galvanica, per cromature e vernici anticorrosione, in pellettature, pigmenti e cementi. È un veleno elegante: serve a rendere i metalli lucidi e resistenti alla ruggine, a colorare le ceramiche di un giallo intenso, a fissare le pelli. Ma è anche uno dei cancerogeni più temuti per inalazione e ingestione: può provocare tumori ai polmoni, allo stomaco, alla vescica, oltre a danni ai reni e alle mucose. Nelle acque sotterranee, il cromo VI (il cui limite consentito è di 5 µg/l) si lega facilmente all’acqua e viaggia lontano, scavando tunnel invisibili tra un capannone e un pozzo, da una fabbrica dismessa fino a una casa di campagna.

Valtrompia

Resta la Valtrompia l’area provinciale più critica. Qui la storia è antica: fabbriche di armi, laminatoi, galvaniche che hanno reso questa valle un cuore d’acciaio. Ma il prezzo è rimasto sottoterra. A Gardone, ad esempio, il piezometro GA4-MW4 ha restituito concentrazioni di cromo VI fino a 192 microgrammi per litro, quasi quaranta volte oltre il limite di legge. A Sarezzo un altro campione è arrivato a 393 microgrammi. Siti storici come la Redaelli (oggi Taufelberger-Redaelli), la galvanica Cromoplast (con un progetto di bonifica inceppato dal 2019) e la Stilopress sono indicati come probabili sorgenti. Qui l’acqua che scorre sotto il pavimento delle fabbriche è trasparente solo all’occhio, carica di un passato chimico che ancora oggi trova vie per riemergere. A Concesio, i piezometri realizzati hanno mostrato contaminazione da cromo VI (19,9 μg/L) e tetracloroetilene (27,3 μg/L). «Le numerose indagini eseguite – scrive l’Arpa – hanno ampiamente dimostrato che l’acquifero è oggetto di intensa contaminazione da composti alifatici clorurati, provenienti, almeno in parte, da sorgenti storiche non più identificabili».

Il prelievo del campione da un pozzo dell'ex Cromoplast - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Il prelievo del campione da un pozzo dell'ex Cromoplast - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Altra grande protagonista è la «casata» dei composti alifatici clorurati: nomi meno noti, ma facce di un altro veleno industriale. Tra questi il tetracloroetilene, un liquido trasparente con un odore dolciastro, usato come solvente per lavaggi a secco e sgrassaggio dei metalli; il tricloroetilene, simile, impiegato in galvanica e nella pulizia dei componenti meccanici; l’1,1-dicloroetilene, il cloroformio. Queste molecole, dense e persistenti, si insinuano nella falda e formano Dnapl (dense non-aqueous phase liquid), gocce pesanti che scendono sul fondo dell’acquifero, continuando a rilasciare sostanze tossiche per anni, talvolta decenni. Sempre a Sarezzo, i piezometri hanno rivelato concentrazioni fino a 2.498 microgrammi per litro di questa miscela di solventi, che – al momento – pare arrivare da monte.

Pianura

Nel territorio tra Ospitaletto e Travagliato, la campagna è piatta, attraversata da ferrovie e autostrade, fabbriche e campi di grano. Ma sotto, la falda è percorsa da tracce chimiche. Nei piezometri vicino alla discarica Bettoni e all’azienda agricola La Voliera, il tetracloroetilene è ancora presente: nel piezometro OS-PZ1P, campionato nel 2023, il valore è 1,8 µg/L, segno che qualcosa continua a rilasciare contaminanti a monte. Anche a Travagliato, vicino al sito ex Stefana, tracce di cromo VI e solventi raccontano di una contaminazione che non è mai davvero scomparsa. Nei piezometri di valle si registrano ancora superamenti, ma – si precisa in questo caso nella relazione dell’Arpa – «le sorgenti restano da individuare». Fatto sta che le indagini condotte in questa porzione del territorio bresciano non hanno consentito di chiarire in maniera univoca le anomalie di contaminazione riscontrate. Tradotto: sono in corso altre analisi, più approfondite, sia alla ex Stefana, sia a monde dell’Azienda agricola Voliera, mentre nella zona di Paderno Franciacorta a restare sotto i riflettori dell’Agenzia sono tre depressioni di cava (Fratelli Picotti-Cortili ex Cava Faffelli e la ex cava di prestito). E ulteriori indagini sono in agenda anche a Monticelli Brusati, dove la luce rossa si è accesa per la possibile contaminazione da solventi.

Garda e hinterland

Più a sud, verso il lago, la situazione è diversa, ma non meno delicata. Le indagini nella zona di Montelungo (Lonato) e Lavagnone (Desenzano) hanno rivelato criticità, ma anche molte incertezze. A Montelungo la conoscenza del sottosuolo resta parziale, mentre a Lavagnone il Comune di Desenzano ha avviato un procedimento di caratterizzazione per verificare l’impatto della vecchia discarica. Qui la falda è più alta e più dinamica, le acque più mobili. Ma i plumes potrebbero muoversi nascosti dietro i terreni argillosi e le colline.

Infine, la zona tra Mazzano, Castenedolo e Montichiari, una delle più industrializzate e al tempo stesso agricole della provincia. Anche qui i piezometri hanno rivelato concentrazioni anomale, un mosaico di solventi e metalli che si insinua tra campi coltivati e capannoni. In alcune aree i valori restano entro soglie di fondo antropico, in altre si evidenziano superamenti che richiederanno ulteriori verifiche.

Situazione migliorata

Confermano la direttrice dell’Arpa, Maria Luisa Pastore e il responsabile dell’Unità Enrico Alberico: «Mano a mano che le bonifiche procedono, la situazione migliora: anche in Valtrompia, il quadro attuale non è minimamente paragonabile a quello originario. Le aziende hanno lavorato per ottemperare alle indicazioni e il collettamento sta facendo la sua parte, restano tuttavia alcuni grossi fuochi da trattare. Ma è chiaro che il problema principale di Brescia, dal punto di vista dell’estensione della contaminazione, rimane senza dubbio quello del cromo VI, a partire dalla città». Questa indagine non è solo un elenco di numeri. È una geografia della responsabilità. Le fabbriche hanno lasciato tracce, alcune bonifiche sono pronte ma ferme, altre ancora da progettare. Ma sotto, l’acqua conserva tutto. E ricorda.

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