Prima di disegnare un oggetto, Stefano Pasotti vuole sapere come verrà prodotto. Quali macchine verranno utilizzate, quali materiali, quali lavorazioni. È un modo di intendere il design che arriva direttamente da Brescia, o meglio, da Lumezzane, dove è nato e cresciuto e dove ha iniziato a lavorare come tecnico prima ancora di diventare progettista. Classe 1986, perito industriale e poi laureato in Product Design alla Laba di Brescia, Pasotti oggi divide il suo lavoro tra lo studio di progettazione, l'insegnamento universitario e la divulgazione.
Negli anni ha collaborato con aziende e realtà diverse, da Casa Bugatti a Colombo Design fino a Pininfarina Segno, mentre online ha costruito un archivio di oltre mille contenuti, tra Instagram e YouTube, dedicati alla storia della progettazione, ai materiali e ai processi produttivi. E proprio da questa volontà di raccontare dinamiche e processi, nasce anche il suo primo libro «Storia del design», in uscita nelle prossime settimane e acquistabile su Amazon.
Stefano, come si è avvicinato al mestiere di designer?
Sono un perito tecnico industriale, ho frequentato l’Itis a Lumezzane e poi ho iniziato subito a lavorare in azienda. Intorno ai vent’anni ho conosciuto un designer che aveva vinto un Compasso d'Oro e quella figura mi ha incuriosito moltissimo. A Lumezzane la figura del designer, soprattutto quello della generazione precedente alla mia, era molto diversa dall'immagine che ne abbiamo oggi: era una persona che conosceva il prodotto in ogni sua parte e conosceva in profondità i processi produttivi. Oggi, tra i designer nati a Lumezzane, all'attivo siamo forse in due.
Quanto di quella formazione lumezzanese è rimasto nel suo modo di lavorare?
Moltissimo. È una mentalità che mi è rimasta. Quando presenti un progetto non puoi limitarti allo schizzo: devi sapere come verrà realizzato, quali tecnologie serviranno, quale sarà la vita di quell’oggetto. Ricordo che le riunioni con Casa Bugatti, per cui ho realizzato un apribottiglie di nome SAM, erano alle sette e mezza del mattino: ecco, questa è una cosa molto lumezzanese che adoro.
E quando ha deciso di trasformare quella formazione tecnica nel mestiere di designer?
A 23 anni, mentre continuavo a lavorare come perito tecnico in azienda, mi sono iscritto all’università. Mi sono laureato alla Laba di Brescia a 27 anni e intorno ai trent’anni mi sono trovato davanti a un bivio: continuare con il mio lavoro da dipendente oppure provare ad aprire uno studio che fosse mio. È stato un salto nel vuoto totale, molto complicato. Nello stesso periodo, però, la Laba mi ha richiamato per insegnare Tecnologia dei materiali: nel giro di pochi anni sono passato dall’essere studente all’essere docente. Oggi continuo a insegnare, a Bologna, Storia del design e Tecnologia dei materiali, anche se la parte principale del mio lavoro resta quella dello studio.
Poi nel 2017 arriva anche la divulgazione online…
Nel 2017 mi sono rotto il tendine d’Achille sinistro e, non potendo essere presente normalmente a lezione, i miei studenti mi hanno chiesto di preparare dei contenuti che potessero utilizzare per studiare. Ho iniziato così a fare video su tecnologia dei materiali e storia del design. Ho scelto YouTube proprio perché era forse il social sul quale era più difficile crescere, ma aveva una caratteristica che mi interessava: un video poteva restare lì ed essere trovato anche molti anni dopo. Poi è arrivato il Covid. Improvvisamente non erano più soltanto i miei studenti a cercare quei contenuti: arrivavano domande da studenti di tutta Italia e il canale è cresciuto moltissimo. Nel tempo, grazie anche all’aiuto di un giornalista che aveva scritto anche per il Times, ho avuto la possibilità di intervistare realtà come Lego, Pepsi, il MoMA di New York, Pirelli. Oggi, tra YouTube, Instagram e TikTok, ho pubblicato circa 1.500 contenuti.
Che cosa le interessa mostrare del design attraverso quei contenuti?
Una cosa molto semplice: il designer non è una persona che fa soltanto dei bei disegni. Spesso, quando si racconta questo mondo, si vedono persone che in apparenza sembrano molto fragili. In realtà un designer è molto spesso una macchina da guerra che deve conoscere ogni singola parte del processo produttivo.
Oggi inevitabilmente entra in gioco anche l'intelligenza artificiale. Secondo lei è un’opportunità o un rischio?
Io la utilizzo soprattutto per la ricerca. Uso strumenti come Claude e Gemini che, se sai che cosa stai cercando, possono essere incredibili. Per il libro, per esempio, avevo bisogno di recuperare documenti e immagini relativi alla prima Esposizione universale di Londra: attraverso l’intelligenza artificiale sono riuscito ad arrivare al link di un'università inglese che aveva digitalizzato il volume originale. Per me questo è un utilizzo straordinario. Quello che non faccio mai, invece, è consegnare all’AI il brief di un cliente. Prima di tutto perché un designer lavora spesso sotto accordi di riservatezza e ci sono informazioni che non puoi semplicemente caricare su una piattaforma. E poi perché non voglio delegare quella parte del lavoro. Il designer deve sviluppare un occhio: deve guardare un problema e capire come risolverlo.
Ma cosa distingue un bell’oggetto da un vero oggetto di design?
Da docente partirei dalla distinzione tra design e styling. Il design può essere definito come la soluzione logica di un problema. Un prodotto viene sviluppato in un certo modo perché deve rispondere a determinate esigenze. Poi esistono casi nei quali l'oggetto assume invece un significato più profondo: penso alla poltrona Up di Gaetano Pesce, che è stata sviluppata negli anni Sessanta non per la funzione di seduta, ma per raccontare la figura della donna e il peso di cosa stava sopportando in quel periodo. E poi ci sono gli oggetti che diventano icone. Se dico lampada, moltissime persone penseranno alla Arco dei Castiglioni. Se dico sedia, ci sono forme che riconosciamo anche senza sapere chi le abbia progettate. La numero 14 di Michael Thonet, per esempio, ha venduto cinquanta milioni di esemplari prima del 1940. Sono prodotti che a un certo punto entra nella vita quotidiana delle persone. Pensiamo alla sedia di Michael Thonet, i locali le acquistavano perché erano economiche ed estremamente resistenti. Gli artisti dell’epoca le hanno ritratte anche nelle loro opere, sono entrate nell’immaginario collettivo.
Quindi un'icona del design non deve necessariamente essere un oggetto costoso o irraggiungibile…
Assolutamente no. Anzi, alcuni dei progetti migliori sono oggetti che utilizziamo ogni giorno senza nemmeno pensarci. La penna Bic è un esempio perfetto: è trasparente perché devi vedere quanto inchiostro rimane, ha una sezione che impedisce che rotoli facilmente sul tavolo, il colore permette immediatamente di capire con quale inchiostro stai scrivendo. Sono state progettate esattamente per la funzione che devono svolgere. Oppure pensiamo alla bottiglia della Coca-Cola. Se chiudi gli occhi e immagini una festa di compleanno di quando eri bambino, è molto probabile che quella bottiglia fosse sulla tavola. È design anche questo: oggetti che entrano così profondamente nelle nostre abitudini da diventare parte della memoria.
E Brescia? Qual è il tuo rapporto con il design bresciano e, soprattutto, lumezzanese?
A Brescia abbiamo fatto cose incredibili e spesso non ce ne rendiamo conto. Ci sono aziende bresciane che hanno segnato la storia del design, a partire naturalmente da Flos, ma anche la Donati, la Simes. A Lumezzane abbiamo inventato la valvola a sfera. Ma potrei citare anche il montalatte per il cappuccino Frabosk o la caffettiera Mach di Serafino Zani. Ma per me il tema va oltre il singolo pezzo famoso. Io sono di Lumezzane, la mia compagna è bolognese e passo molto tempo a Bologna. Però ovunque vada non riesco a non pensare a Lumezzane. Mi siedo a tavola, giro una posata e so che sono a Lumezzane. Se c’è scritto Ikea so perfino quale azienda lumezzanese l’ha prodotta. La mia ispirazione non è vincere il Compasso d’Oro, ma è sedermi al tavolo di un ristorante e sapere che quelle posate le ho disegnate io.



