Funzionalità, utilità e bellezza, uniti a innovazione, qualità, sostenibilità ed eccellenza: sono questi i valori del Compasso d’Oro, il più antico e prestigioso premio di disegno industriale al mondo, assegnato dall’Associazione per il disegno industriale con l’obiettivo di premiare e valorizzare la qualità del design italiano. E che, quest’anno, parla anche un po’ bresciano. Tra i vincitori della prestigiosa selezione, che si è svolta nel cuore di Milano a maggio, c’erano infatti anche Beatrice Duina, 25enne di Palazzolo e vincitrice del premio Compasso d’Oro Young, e Giorgio Sbaraini, 30 anni, di Barbariga, il cui lavoro è stato riconosciuto da un attestato (ex menzione d’onore). La prima ha ricevuto il premio per uno smacchiatore a ultrasuoni, il secondo per una protesi per la riabilitazione di pazienti con spasticità post-ictus.
Smacchiare con gli ultrasuoni
«Salire sul palco è stata un’emozione immensa – ammette Beatrice Duina –. Ho il premio esposto in camera, anche adesso vederlo lì è abbastanza impressionante». Iscritta alla facoltà di design del prodotto industriale del Politecnico di Milano in triennale, Duina ha poi continuato i suoi studi magistrali in «Integrated product design». «Volevo uscire un po’ dalla parte meramente tecnica del disegno industriale, esplorando anche l’area della ricerca utente. Puntavo a un approccio più esperienziale».
È qua, nel laboratorio conclusivo di sintesi finale, che è nato il primo abbozzo del progetto vincente: «StainEraser è nato nelle aule. Eravamo contenti dell’idea e della direzione che le avevamo dato, ma non ci bastava. Terminato il corso ci abbiamo rimesso mano per riprogettarlo da zero, volevamo dimostrare che il potenziale che avevamo intravisto nel progetto c’era».
L’idea del gruppo era quella di realizzare un dispositivo in grado di smacchiare i vestiti utilizzando ultrasuoni, senza nessun tipo di detergente. «Con la giusta frequenza gli ultrasuoni staccano fisicamente le molecole di sporco dal tessuto, secondo il principio di reazione che hanno con l’acqua. È un principio già utilizzato, ma il nostro apporto innovativo è stato integrare al prodotto un aspiratore che riuscisse a rimuovere le molecole d’acqua che hanno raccolto lo sporco».
Da qua, il passaggio ulteriore: «Abbiamo analizzato il mercato. Un prodotto del genere permetterebbe di saltare l’uso della lavatrice. Un utente che la possiede già continuerà a usarla – ha spiegato Duina –. La lavatrice funziona, regge dagli anni 50». Il gruppo ha quindi deciso di riprogettare il dispositivo per ristoranti e contesti pubblici fuori casa. «Mettiamo che una persona sia al ristorante per una cena importante e si macchi di vino. Basta che vada in bagno a rinfrescarsi e avrà modo anche di smacchiare l’abito. Esteticamente abbiamo cercato di integrarci all’ambiente, per fare in modo che il prodotto assomigliasse agli elementi di un bagno pubblico: deve essere qualcosa di estremamente intuitivo, l’utente deve capire come usarlo senza nessuno che glielo spieghi».
Il prototipo funzionante è stato completato nel 2024 da Duina e dai compagni, Filip Malata e Francesca Corona: ha conquistato prima il secondo posto al James Dyson Award e poi è stato inserito nell’Adi Design Index. È da qua che, con cadenza biennale, vengono scelti i prodotti dei due anni precedenti meritevoli del Compasso d’Oro. «Ricevere la mail da parte dell’Adi? Tanta emozione e tanta soddisfazione», dice Duina.
Una protesi per la riabilitazione
Sensazioni vissute anche da Giorgio Sbaraini, premiato con un attestato (ex menzione d’onore) per il progetto Flo (Flexible Low-profile Orthosis), una protesti per la riabilitazione. «È un riconoscimento incredibile: in università studiamo i vincitori del Compasso, essere ora parte di questo premio è pazzesco, così come condividere l’emozione con i miei genitori e le persone che mi circondano». Per Sbaraini, cresciuto a Barbariga, l’approdo al design è stato più tortuoso: dopo essersi iscritto ad ingegneria, nel 2017 ha cambiato direzione, scegliendo una triennale in design.

«Mio padre è un architetto, inconsapevolmente avevo vissuto nel design tutta la vita. Ho trovato una dimensione che mi apparteneva di più, dandomi modo di stare accanto ad un progetto dall’inizio alla fine, pensandolo, inventandolo e realizzandolo attivamente». In magistrale Sbaraini ha scelto Design Engineering, un ambito nel quale da un lato è possibile dedicarsi alla «cura estetica del prodotto», dall’altro «alla sua fattibilità»: «Mi piace pensare a cose realizzabili, da rendere concrete», racconta Sbaraini. Un doppio binario che lo ha poi portato, sotto la guida dei relatori Carlo Emilio Standoli e Patrizia Bolzan, a un progetto di tesi che ha unito la passione per la stampa 3D a un mai sopito interesse per l’ambito medicale.
«La folgorazione per l’idea di quello che poi sarebbe diventato sia progetto di tesi che attestato per il Compasso è nata da un infortunio. Mi ero rotto il mignolo, non per la prima volta e non per la prima volta in estate. Mentre parlavo con i relatori mi continuavo a grattare la stecca e la fasciatura che andava dal dito al polso. “Ora vado a casa e me la stampo in 3D”, ho esclamato per scherzare». Ma da un’intuizione scherzosa è nata Flexible Low-profile Orthosis, una protesi per la riabilitazione della spasticità post-ictus: uno strumento che vuole essere leggero, facile da utilizzare e indossare, economico e altamente personalizzabile.
«Sviluppare un prodotto in ambito medico, per me, richiedeva anche comprendere la malattia – ha spiegato Sbaraini –. Ho parlato con pazienti reduci da un ictus e con fisioterapisti per capire quali erano esigenze e problematicità». La protesi doveva quindi essere leggera e facilmente indossabile anche con una sola mano, con molle aperte dove infilare le dita. «La stampa 3D, fatta in piano per adattarsi meglio al paziente, ha permesso anche di progettarla in base alla misura di braccio, mano e dita di ogni paziente: è tutto assemblabile e smontabile, rendendo facile anche la sostituzione di un eventuale parte in caso di usura».
Il progetto non ha, per ora, la pretesa di essere medicalmente corretto. «Servirebbero, o serviranno, trial e prove. Intanto, però, questo premio è diventato anche un riscatto per un inizio accademico meno lineare del previsto. Un regalo per me e per i miei genitori, e un riconoscimento che, chiaramente, fa sempre piacere».



