L’Emmy, WhatsApp, gli 800mila follower: la vita creativa di Mauro Gatti

Il digital product designer e direttore creativo originario di Brescia vive da 15 anni a Los Angeles: «Ora però sento il richiamo dell’Italia»
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Il creativo bresciano Mauro Gatti
Il creativo bresciano Mauro Gatti

Chi parla più lingue ha un cervello più giovane; la Barriera Corallina australiana sta mostrando segni di recupero dopo la perdita massiccia di coralli degli ultimi anni; la Francia ha approvato una legge anti-fast fashion: per queste e altre notizie positive e liete citofonare @thehappybroadcast. Che, in realtà, è solo uno dei numerosi progetti di Mauro Gatti, designer bresciano che (per ora) ha fissato la sua base a Los Angeles. Una città per lui non solo stimolante, ma anche portatrice di opportunità come nessun altro luogo al mondo potrebbe. Basti dire che lì, lui, ha vinto un Emmy, e che sempre lì ha ricoperto il ruolo di direttore creativo globale di WhatsApp.

Mauro, il suo è un lavoro creativo, ma non solo...

La maggior parte del mio lavoro resta nel campo del prodotto digitale per grandi aziende. L’arte è una valvola di sfogo. Negli anni sono riuscito a lavorare su cose interessanti: il mio lavoro è quello che negli Stati Uniti chiamano digital product design, quindi app e prodotti di questo tipo. Il mio mondo è quello. La mia vocazione è essere una persona creativa e negli anni questa creatività ha assunto diverse forme. Ho un po’ colonizzato diversi settori.

Qual è quello che sente più suo?

Lavorare sui prodotti digitali. Quando sono stato direttore creativo globale di WhatsApp ho avuto la possibilità di lavorare su un prodotto che uso anch’io e che usano milioni di persone. È una grande soddisfazione applicare la creatività a qualcosa che viene utilizzato da un terzo della popolazione mondiale. L’illustrazione, scrivere libri per bambine e bambini, le altre attività più «satellitari»: sono tutte cose belle, ma non rappresentano la mia vocazione principale. Le faccio perché nella vita mi piace piantare una bandierina in diverse zone del mondo della creatività. Credo che una persona creativa lo sia un po’ in tutto: uso la creatività per l’advertising, per creare giochi e in tanti altri ambiti.

Quando ha scelto di vivere a Los Angeles?

Qualsiasi scelta che faccio nella vita è abbastanza istintiva: non penso troppo alle motivazioni. Quindici anni fa si era per me concluso un capitolo a Milano: avevo venduto la mia agenzia, che avevo gestito per dodici anni con un amico e che era stata acquistata dal gruppo De Agostini. Volevo qualcosa di diverso. Dopo così tanti anni a Milano sentivo il bisogno di imparare e, per me, gli Stati Uniti erano il posto giusto. Avevo avuto clienti come Disney e Mtv e, viaggiando negli Stati Uniti, avevamo incontrato una cultura diversa, più avanzata dal punto di vista digitale. Mi sono detto: «Vado lì per imparare». È quello che consiglio sempre degli Stati Uniti: non necessariamente il lifestyle. Si può imparare molto. Anche nell’Intelligenza artificiale sono anni avanti.

A proposito di Intelligenza artificiale, come la vede nel suo campo?

L’ho abbracciata completamente. Ritengo che sia un cambiamento epocale. Poi è chiaro che emergono anche questioni etiche. Penso, per esempio, al mondo medico. Ci sono però un milione di settori nei quali porterà grandi vantaggi. Nel mondo della creatività esistono questioni specifiche. L’Intelligenza artificiale generativa è costituita da modelli che hanno imparato a creare basandosi su qualcosa che già esiste. In medicina, per esempio, l’AI ha analizzato milioni di radiografie per imparare a identificare determinate condizioni e questo non viene considerato un problema. Nel mondo creativo, invece, è stata addestrata su opere e contenuti creati da persone: è qui che si apre una riflessione. Ho appena concluso un percorso di due anni in una startup che utilizza l’AI per creare quella che potrebbe essere definita la prima università nel telefono, con un metodo di insegnamento basato sull’Intelligenza artificiale. Insomma, sono molto allineato con questo mondo.

Ha vinto anche un Emmy...

Quando sono arrivato negli Stati Uniti ho lavorato a un progetto digitale per una nuova property per bambine e bambini, StoryBots, per Netflix, che poi ha vinto un Emmy. Ecco gli Stati Uniti di cui parlavo: la terra delle opportunità. Arrivi e, dopo un anno, hai già un Emmy.

The Happy Broadcast esiste dal 2019e ora ha più di 800mila follower...

Nel 2019 volevo realizzare un progetto sui social perché era una di quelle isole creative che volevo esplorare. All’inizio era soprattutto un progetto per me: volevo trovare buone notizie nel mondo.

Si aspettava un successo simile?

È stato del tutto inaspettato e non lo monetizzo nemmeno. Continuo a lavorare in maniera più classica, nelle aziende. Qui mi diverto e, allo stesso tempo, sento di aiutare le persone. Durante il Covid molte persone mi hanno scritto dicendo di essersi sentite aiutate e questo mi ha spinto a continuare. Oggi la cadenza è più casuale: pubblico quando trovo notizie che considero interessanti. Il progetto continua a crescere lentamente, ma non ho ancora deciso bene che cosa farne. Credo che possa essere di supporto anche alla salute mentale, quindi cerco di tenerlo vivo. Anche se sui social ormai sembra che tutti siano critici su tutto. Però un post viene visto in media da mezzo milione di persone: cinquecentomila esseri umani che vedono qualcosa di positivo. Non sono pochi.

Ha altri progetti in ballo?

Il progetto più grande, a livello personale, è tornare a vivere in Italia, dividendomi tra qui e gli Stati Uniti, dopo quasi quindici anni. Ora sono anche cittadino americano, quindi potrei vivere questa scelta senza ansie da visto. Sento il richiamo dell’Italia. E, visto che l’Intelligenza artificiale offre a tutte e tutti la possibilità di creare e lavorare da remoto, sto lavorando con un amico a due progetti: uno nel mondo del dating e uno in quello dell’apprendimento delle lingue per bambini.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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