Oggi Christian Eriksen gioca in Germania, al Wolfsburg. Edoardo Bove è ripartito dal Watford, in Inghilterra. Nessuno dei due ha più messo piede in serie A perché non esiste un Paese che abbia regole più stringenti dell’Italia quanto a tutela della salute degli sportivi. In comune hanno un’altra cosa: il defibrillatore ha salvato le loro vite. Il danese collassò al suolo nel giugno del 2021, in una sfida dell’Europeo tra la sua Nazionale e la Finlandia.
Lo stesso accadde all’italiano un anno e mezzo fa, in un Fiorentina-Inter. «Ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto – ha raccontato di recente –. Se ti succede per strada e trovi qualcuno che abbia fatto un corso di primo soccorso ti salvi, altrimenti no». L’uso tempestivo del dispositivo ha fatto ripartire il cuore di entrambi, dopo l’arresto.
Quasi quattromila nel Bresciano
La prontezza, in questi casi, è davvero salvifica. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, effettuare manovre di rianimazione o defibrillazione entro i tre e i cinque minuti dall’arresto cardiaco aumenta considerevolmente le probabilità di sopravvivenza, fin oltre il 70%. Ogni minuto in più la riduce tra il 7 e il 10%. Al di là della precisione dei dati, conta il concetto: di fronte a un’emergenza occorre agire rapidamente.
In provincia di Brescia i defibrillatori attualmente attivi sono 3.837, ben 174 in più rispetto allo scorso anno. Soltanto in città sono stati installati 23 nuovi dispositivi. «I numeri si riferiscono esclusivamente a quelli comunicati alle centrali operative» spiega Maurizio Migliari, direttore del Dipartimento sanitario di Areu. Questo è uno degli aspetti cruciali: se si attiva un defibrillatore, è fondamentale comunicarlo perché se ne abbia traccia. Un censimento completo garantisce una capacità d’intervento più efficace.
Il boom
Brescia domina la classifica dei Comuni in provincia con 683 Dae. Seguono Desenzano (94), Montichiari (77), Lumezzane (71) e Rovato (55). I primi dieci, che comprendono anche Travagliato, Palazzolo sull’Oglio, Gussago, Lonato e Pontevico, ne accorpano 1.202, il 31,3% del totale. Più di un terzo ha sul proprio territorio tra i due e i dieci dispositivi. Sono 31, fondamentalmente i meno popolosi, quelli che ne hanno uno soltanto. In tutti i Comuni bresciani, di fatto, c’è almeno un defibrillatore. Erano circa 1.500 nel 2020, oggi sono quasi triplicati: forse è questo il dato più significativo.
Cosa dice la legge
I luoghi nei quali è prevista obbligatoriamente la presenza dei Dae sono definiti dalla Legge 116/2021: sedi delle pubbliche amministrazioni con almeno 15 dipendenti e servizi aperti al pubblico, scuole e università, aeroporti, stazioni ferroviarie e porti, oltre a mezzi di trasporto come treni, aerei e battelli. Ciò non significa che la loro installazione non sia auspicabile anche in altri contesti: il Ministero della Salute la incentiva soprattutto nei luoghi di grande aggregazione e forte afflusso turistico.
Il loro utilizzo non è appannaggio esclusivo del personale medico e sanitario. Il legislatore ha stabilito che davanti a una situazione di emergenza possa essere esteso a chiunque: preferibilmente a qualcuno che abbia partecipato a dei corsi, ricevendo una formazione specifica nelle attività di rianimazione cardiopolmonare, ma nemmeno questa è una condizione obbligatoria.
«Il cittadino non è in alcun modo perseguibile – precisa Migliari –. L’importante è che possa avviare le manovre usando il defibrillatore. Non dimentichiamo che a guidarlo, passo dopo passo, sono le sale operative». Nelle quali la formazione del personale non riguarda soltanto la procedura tecnica: «Gli operatori danno indicazioni su cosa fare, in quale posizione va messa la vittima. Ma seguono pure dei corsi ad hoc che riguardano le modalità con cui queste informazioni vengono trasmesse». Nella maggioranza dei casi all’altro capo del telefono c’è una persona scossa, in forte stato di agitazione, ed essere preparati anche sull’atteggiamento da adottare rende più efficace qualsiasi tipo di indicazione.
Come funzionano
I Dae installati nel Bresciano sono semiautomatici: attraverso una valutazione del tracciato elettrocardiografico sono in grado di rilevare le alterazioni per le quali è necessario uno choc elettrico. Ecco perché il loro utilizzo è alla portata di tutti: «La scarica non viene però erogata in autonomia, serve l’intervento di una persona – spiega ancora Migliari –. Quando è necessario farlo, una voce robotica lo suggerisce al soccorritore. È questo l’apporto fondamentale della tecnologia».
Il personale sanitario sulle ambulanze ha in dotazione anche defibrillatori più avanzati, che garantiscono una gamma più ampia di soluzioni: per utilizzarli occorrono competenze specifiche, perché presuppongono il riconoscimento del tipo di aritmia con la quale si ha a che fare. Sono ben diversi dai Dae installati all’esterno e possono essere impiegati solo da medici o infermieri.
L’importanza dei corsi
La possibilità di intervenire anche senza un addestramento non toglie nulla all’importanza dei corsi: «Anche perché è provato che se sai come comportarti sei molto più efficace», puntualizza Migliari. A Manerbio un diciassettenne ha salvato la vita al padre praticandogli un massaggio cardiaco fino all’arrivo dei soccorsi. Un anno fa Erik Zanelli, ventiduenne di Lodrino, ebbe un arresto cardiaco durante una partita all’oratorio: fu tenuto in vita dalla competenza di un medico e di un altro ragazzo formato al primo soccorso, ma soprattutto grazie all’uso di un defibrillatore. «Il don l’aveva comprato e lo aveva montato vicino al campo», ci aveva raccontato dopo il grande spavento.
Per le società sportive l’obbligo è duplice: non basta disporre di un Dae, è necessario che durante le gare o le partite sia presente almeno una persona adeguatamente addestrata. Sono esclusi soltanto gli sport «a ridotto impegno cardiocircolatorio», come il bowling, le bocce o le freccette. Non esistono però eccessi di prevenzione, in nessun luogo e in nessun caso. Brescia ha fatto progressi in questi anni, ma c’è sempre margine per migliorare.




