La sfida è spostare il baricentro della sanità: trovare una risposta prima di arrivare in ospedale, portando sul territorio prevenzione, controlli, assistenza infermieristica e presa in carico delle fragilità. È su questo terreno che ha preso forma la rete delle Case di comunità, una trentina nel Bresciano. L’occasione per fare il punto si è presentata ieri, con il taglio del nastro di quattro delle sei Case di comunità dell’Asst Franciacorta, alla presenza dell’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso. Ne abbiamo parlato con Alessandra Bruschi, direttrice generale dell’Azienda sociosanitaria territoriale con sede a Chiari.

Direttrice Bruschi, le Case di comunità vengono descritte come il perno della nuova dell’assistenza territoriale: qual è il loro ruolo?
Le Case di comunità sono i luoghi in cui i cittadini trovano ascolto, orientamento, accompagnamento e una risposta integrata ai bisogni di salute, senza dover necessariamente arrivare in ospedale. Più precisamente qui vengono presi in carico i problemi di tipo sanitario, sociosanitario e sociale. In Asst Franciacorta stiamo costruendo una rete composta da sei Case di comunità e due Ospedali di comunità quale risposta ai 44 Comuni del territorio, con l’obiettivo di avvicinare i servizi alle persone e rafforzare la presa in carico della cronicità e della fragilità.
Dopo questi primi mesi di attività, che bilancio si sente di tracciare? Ci sono numeri che aiutano a misurare la risposta del territorio?
Siamo ancora nelle prime fasi operative, ma per ora il bilancio è positivo, soprattutto nella risposta della medicina territoriale e degli specialisti. Il dato più significativo riguarda la crescita progressiva dell’utilizzo dei servizi. Le Case di comunità stanno diventando sempre più riconoscibili come punti di riferimento sul territorio. L’inaugurazione delle strutture di Palazzolo, Chiari, Orzinuovi e Barbariga e degli Ospedali di comunità di Palazzolo e Orzinuovi rappresenta un ulteriore salto di qualità per la rete.
Quali servizi strategici sono oggi effettivamente attivi nelle vostre Case di comunità e quali sono in fase di avvio?
Abbiamo sviluppato tutti i tredici servizi previsti dal Decreto ministeriale 77/2022: dal Punto unico di accesso (Pua) alla presenza infermieristica 8-20 ad accesso libero; dal punto prelievi alle vaccinazioni, fino ad alcuni servizi specialistici orientati alla presa in carico della cronicità, con un’attenzione particolare alla Diabetologia, che abbiamo trasferito e sviluppato in tutte le sei Case di comunità. Stiamo, inoltre, rafforzando l’integrazione con i Servizi sociali, i medici di medicina generale e gli altri professionisti. L’obiettivo è che le Case di comunità diventino progressivamente luoghi di accesso unico e integrato alla salute.

Sul personale: quanto è stato difficile reperire le figure professionali necessarie? Siete già a regime rispetto agli organici previsti, o mancano ancora posizioni da coprire? Reclutare organico per le nuove Case di Comunità ha comportato uno spostamento di risorse dagli ospedali?
Il personale è certamente una delle sfide principali. Il reclutamento, soprattutto di alcune professionalità, in particolare quella infermieristica, è complesso a livello di sistema. In Asst la risposta è positiva e in costante incremento, sia dal punto di vista degli specialisti sia dei medici di assistenza primaria. La nostra scelta è stata quella di non indebolire l’ospedale per costruire il territorio, ma di lavorare su nuove modalità organizzative e sull’integrazione tra professionisti. La vera sfida è creare un equilibrio stabile tra ospedale, territorio e servizi intermedi.
Il ruolo dei medici di medicina generale nelle Case di Comunità è oggetto di discussioni e polemiche: nella vostra esperienza, come sta funzionando?
La presenza dei medici di medicina generale è fondamentale per sviluppare prossimità, integrazione e presa in carico. Da noi sono attivi in forma stabile, con i loro ambulatori, in quasi tutte le Case della comunità e in tutte ci consentono di garantire la copertura medica nel rispetto dell’Accordo collettivo nazionale firmato a fine giugno. A livello generale la loro presenza è in costante incremento. Stiamo lavorando insieme, ormai da un paio di anni, per costruire percorsi condivisi di presa in carico, soprattutto per i malati cronici e le persone fragili. È un processo che richiede tempo, ma la direzione è quella giusta: mettere in rete competenze diverse intorno al paziente.
I cittadini hanno compreso a cosa servono le Case di comunità e quando rivolgersi ad esse? Che tipo di comunicazione avete messo in campo?
La conoscenza da parte dei cittadini sta crescendo, ma dobbiamo ancora lavorare molto per rendere immediatamente comprensibile il ruolo di queste strutture. Per questo abbiamo investito nella comunicazione e nella riconoscibilità dei servizi. Le Case di comunità devono diventare per il cittadino un punto di riferimento naturale, non nuove strutture da imparare a utilizzare. A tal proposito abbiamo organizzato delle serate aperte a tutta la cittadinanza in cui i professionisti illustreranno i servizi che il cittadino può trovare: a Barbariga sarà il 17 settembre, a Orzinuovi il 24, a Chiari il primo ottobre, a Palazzolo l’8 ottobre, a Iseo il 15, a Marone il 29.

A che punto sono le Case di comunità sul fronte della digitalizzazione? Parliamo di telemedicina e integrazione dei sistemi informativi.
La digitalizzazione è una componente essenziale della rete territoriale: stiamo lavorando sull’integrazione dei sistemi e sullo sviluppo della telemedicina. Ma la tecnologia deve essere uno strumento, non un fine: deve consentire a medici di medicina generale, specialisti, infermieri e ospedale di condividere informazioni e seguire il paziente in modo continuativo. È apprezzata dai pazienti che ci conoscono e che richiedono controlli periodici e frequenti. Penso ai malati cronici e in particolare a chi soffre di diabete di tipo 1 e diabete gestazionale.
Esiste una reale integrazione tra sanitario, sociosanitario e socioassistenziale, o resta un obiettivo da costruire?
È un obiettivo che abbiamo iniziato a costruire e che oggi trova una prima risposta nel Punto unico di accesso di ogni Casa di comunità, dove operano infermieri, assistente sociale e personale amministrativo. Serve, però, un costante lavoro di sistema. La fragilità, soprattutto nell’anziano, non può essere affrontata separando il bisogno sanitario da quello sociale. Per questo stiamo rafforzando la collaborazione con i Comuni e con la rete sociosanitaria: la persona deve essere presa in carico nella sua globalità.
Accanto al territorio c’è l’ospedale: a che punto è l’operazione relativa a Chiari?
Il nuovo ospedale della Asst Franciacorta rappresenta un altro importante pilastro del nostro sviluppo: un territorio forte e un ospedale moderno devono crescere insieme. Dopo la firma dell’accordo in Regione è stato istituito il gruppo di lavoro, che ha completato l’analisi e la valutazione del Documento di fattibilità delle alternative progettuali elaborato dal Politecnico di Milano. Tale documento (DocFAP), che vede come vantaggiosa la costruzione di una struttura in un’area della nostra Asst vicina alla BreBeMi, è stato approvato. La sfida ora è progettare un nuovo ospedale adeguato ai bisogni futuri del territorio. Sarà un progetto non solo edilizio: riguarda il futuro dell’intera rete sanitaria e sociosanitaria della Franciacorta.




