«Questa è terra nova. È qualcosa che non abbiamo mai fatto prima». Wopke Hoekstra vede nell’associazione tra Unione europea e Canada la novità più importante annunciata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione e rinforzata dall’intervento del premier canadese Mark Carney.
Per il commissario europeo al Clima, alla neutralità climatica e alla crescita pulita, il fatto che Bruxelles e Ottawa sentano la necessità di compiere un passo finora inesplorato «dice tutto sullo stato degli affari mondiali» e sul cambiamento delle relazioni all’interno dell’Occidente. Canada ed Europa condividono valori, Stato di diritto e democrazia: «Purtroppo non posso dire che questo sia vero per tutti i nostri partner tradizionali».
Nell’intervista Hoekstra affronta anche le dipendenze europee dalle materie prime cinesi, il boom delle auto elettriche dopo Hormuz e il caro energia. Su quest’ultimo indica nel medio e lungo periodo una sola strada: uscire dall’«incubo della dipendenza» producendo più energia in Europa. Sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere, invece, riconosce le divisioni tra i Ventisette e considera più rapida la strada degli interventi nazionali.
Qual è la novità più importante emersa dal discorso sullo Stato dell’Unione di von der Leyen?
Il discorso ha riguardato tutti i grandi temi che, a mio avviso, resteranno con noi per gli anni a venire: la guerra e la pace, la sottoperformance economica dell’Europa, i rischi significativi, potenzialmente esistenziali, ma anche le opportunità legate all’intelligenza artificiale. E chiaramente tutto ciò che riguarda l’enorme crisi climatica e l’energia. Ma la cosa più importante del discorso, a mio avviso, è l’accordo di associazione con il Canada. È un segno dei tempi in cui viviamo: sia il Canada sia l’Ue sentono la necessità di compiere questo passo straordinario, entrando in un territorio davvero inesplorato.
Che tipo di associazione immagina tra Unione europea e Canada, considerando che si tratta di una formula giuridicamente nuova?
Se pensiamo a come funzionano gli accordi e i trattati internazionali, c’è molto a cui possiamo attingere. Se guardiamo alla comunanza di vedute e di interessi, credo davvero che «the sky is the limit». C’è una ragione molto chiara per essere sulla stessa linea in termini di geopolitica e difesa, di commercio e fare più di quanto già faccia il CETA, di politiche climatiche ed energetiche.
Naturalmente troveremo molti aspetti che attualmente non sono completamente allineati. Per esempio, stiamo discutendo con i britannici del collegamento al nostro sistema ETS. Il Canada ha un sistema diverso e le varie province hanno differenti sistemi di carbon pricing. Quindi non si farà tutto in un giorno o due. Ma l’impostazione, in tutti questi ambiti, compresi l’economia, l’intelligence e l’intelligenza artificiale, mi sembra chiarissima. Ed è difficile vedere chi, sulla scena internazionale, sia più vicino a noi dei canadesi.
Il Canada può contribuire anche alla sicurezza energetica dell’Unione europea?
Assolutamente, ma non mi limiterei a questo. Questa è «terra nova». È qualcosa che non abbiamo mai fatto prima. E il fatto che l’Ue e il Canada sentano la necessità di farlo dice tutto sullo stato degli affari mondiali e anche su come siano cambiate altre relazioni all’interno dell’Occidente.
C’è una chiara ragione per essere molto più strettamente associati nel campo della geopolitica, della geoeconomia, perché oggi la sicurezza è un impegno economico tanto quanto riguarda la sicurezza nel senso classico, nel campo dell’azione climatica, dell’energia, tradizionale e rinnovabile, e anche del nucleare, nel campo del commercio internazionale. Perché siamo molto vicini in termini di valori, nel modo in cui consideriamo lo Stato di diritto e la democrazia. E purtroppo non posso dire che questo sia vero per tutti i nostri, diciamo, partner tradizionali.
La nuova società europea per le materie prime si occuperà anche di esplorazione ed estrazione in Europa o soprattutto della cooperazione con altre parti del mondo?
È un’idea che deve essere ulteriormente sviluppata, come ha detto anche la presidente. Non credo che possiamo escludere in anticipo nessuna parte delle possibili soluzioni. Detto questo, l’esplorazione spetta in larga misura ai governi nazionali. Dobbiamo costruire un quadro più integrato di ciò di cui abbiamo bisogno, di dove potrebbe essere esplorato, con chi collaborare, in quali categorie esistano dipendenze che forse non sono così pericolose e in quali invece rappresentino dei choke points.
Se guardiamo i numeri, ciò che è accaduto negli ultimi dieci anni è assolutamente allarmante. In molti di questi settori, che si tratti del gallio, del litio o di qualsiasi altra materia prima, vediamo una strategia deliberata e un’ingenuità da parte nostra, con una dipendenza che è completamente cambiata. In molte di queste categorie i cinesi sono al 30, 40, 50, 60, a volte all’80 o al 90 per cento. È già una situazione scomoda con il migliore dei partner. E i cinesi non hanno dimostrato di essere il migliore dei partner. È qualcosa che dovremo cambiare.
C’è una crescente distanza tra le emissioni reali delle auto ibride plug-in e quelle registrate nei test di laboratorio. La Commissione intende intervenire?
Gli effetti di Hormuz sono devastanti anche per l’Europa. Ma uno degli effetti collaterali è che le vendite di veicoli elettrici sono aumentate in un modo che nessuno avrebbe potuto prevedere e questo avrà conseguenze ben oltre l’oggi. Guardate ciò che sta accadendo in Italia. I numeri stavano già aumentando in maniera incredibile a gennaio e febbraio, prima di Hormuz, e ancora di più adesso. Lo stesso vale per Germania e Francia. In tutto il continente i numeri stanno aumentando in maniera vertiginosa. Ciò che è indispensabile, ed è qualcosa che possiamo e dobbiamo aspettarci dai produttori automobilistici, è che i numeri che utilizziamo riflettano la realtà. Non ha senso discutere di un ambiente di prova quando il mondo reale è completamente diverso. Viviamo nel mondo reale, non in un ambiente di prova.
As expected, based on earlier studies, plug-in hybrids perform shockingly badly, emitting an average of 3.5x their official and publicly reported CO2 emissions.
— T&E (🦋 find us @transportenvironment.org) (@transenv) March 19, 2024
JLR PHEVs perform the worst with a 147g CO2 gap for every kilometer driven.
3/6 pic.twitter.com/jFlf3AjtBO
I prezzi dell’energia stanno aumentando fortemente per cittadini e imprese. Quali soluzioni sono possibili nel breve periodo?
Vorrei che ci fosse una soluzione miracolosa. La cosa fondamentale che sta facendo aumentare questi prezzi è semplicemente la domanda e l’offerta e la situazione in Medio Oriente. Ed è qualcosa su cui nessuno di noi, con qualsiasi tipo di misura politica, potrebbe influire. La cosa più efficace che la maggior parte dei governi può fare nel breve periodo sono naturalmente le misure fiscali, perché la grande maggioranza degli Stati membri tassa in maniera piuttosto significativa la benzina e il gas.
L’Italia ha chiesto maggiore flessibilità sul fronte dell’energia. Che cosa si può fare per rafforzare la resilienza energetica europea?
Stiamo semplicemente pagando molto, molto di più ogni giorno per la stessa quantità di petrolio e gas. Parliamo di circa mezzo miliardo ogni giorno nel corso degli ultimi mesi. E quel numero sta aumentando.
Nel medio e lungo periodo l’unica via d’uscita da questo incubo della dipendenza, che è estremamente pericolosa, è assicurarci di produrre più energia pulita europea. Significa più nucleare, più solare, più eolico, più elettrificazione, più geotermia, più interconnessioni tra i nostri Stati membri.
Due settimane fa ero in Finlandia. Hanno potenzialmente le migliori reti d’Europa, un’abbondanza di nucleare, un’abbondanza di rinnovabili e i prezzi dell’energia più bassi. Non è una soluzione di breve periodo, ma è lì che l’Europa nel suo complesso deve andare.
Giorgia Meloni ha chiesto una risposta comune europea al caro energia. E l’Italia, insieme ad altri Paesi, propone di tassare gli extraprofitti delle grandi compagnie petrolifere. È una strada percorribile a livello europeo?
Capisco pienamente perché questo tema sia sempre più in alto nell’agenda dei politici di tutta Europa. Vediamo quanto stia diventando difficile la situazione per molti dei nostri cittadini alla pompa di benzina, nel riscaldare le proprie case. E allo stesso tempo vediamo, in alcuni casi, quantità di denaro ridicole che vengono guadagnate. Non siamo ancora arrivati a quel punto, ma ci stiamo avvicinando alla situazione che abbiamo visto nel 2022. Stiamo esaminando la questione. Ma finora la maggior parte degli esperti afferma che può essere affrontata più efficacemente a livello nazionale.
Sapete quanto sia stato complicato raggiungere anche il minimo comune denominatore durante la crisi precedente, e ci sono ancora cause giudiziarie in corso. Sono favorevole a prendere in considerazione l’idea e sono aperto ad essa. Ma con ogni probabilità la strada più breve sono gli interventi nazionali per quei governi che decidano di farlo. Non è stata soltanto l’Italia. Ci sono stati governi che si sono espressi molto chiaramente a favore su questo punto. Ci sono anche altri governi che sono fortemente contrari. La politica europea su questo non sarà facile.
Quindi il problema è soprattutto la divisione tra gli Stati membri?
C’è una divisione significativa in termini di valutazione e ci sono comunque questioni giuridiche irrisolte. Se ritenete che la rapidità sia essenziale, esaminare attentamente le soluzioni nazionali sarebbe una strada senza rimpianti.




