Con la crisi di Suez, nel 1956, l’economia mondiale iniziò a comprendere l’importanza degli stretti. L’Egitto di Nasser si accorse infatti di avere tra le proprie mani una formidabile arma geografica, in grado di condizionare i flussi mondiali del commercio. La nazionalizzazione del Canale e la sua successiva chiusura mostrarono che il controllo di un passaggio marittimo poteva diventare una leva politica capace di incidere non soltanto sui traffici, ma anche sugli equilibri fra gli Stati.
Fu proprio per sottrarsi a questa vulnerabilità che Israele pensò di passare dal mare alla terra. In questo quadro, in un’alleanza inedita e oggi impensabile, Gerusalemme e l’Iran dello Shah realizzarono l’oleodotto Eilat-Ashkelon, un corridoio destinato a neutralizzare l’eventuale blocco arabo del Canale e a garantire all’Europa il rifornimento di greggio iraniano. Il petrolio, scaricato a Eilat, attraversava il deserto del Negev fino al Mediterraneo. Oggi, nel pieno del conflitto tra Israele e la Repubblica Islamica, quella cooperazione appartiene a un passato quasi inconcepibile. Sebbene la condotta sia ancora operativa, la vulnerabilità strategica si è spostata.
Non riguarda più soltanto l’uscita del petrolio dal Mar Rosso verso il Mediterraneo, ma l’accesso alle sue acque dall’Oceano Indiano, soprattutto dopo l’avanzata degli Houthi, sostenuti da Teheran. La conquista di al-Mokha, dell’isola di Mayun e dell’intero litorale yemenita non equivale a esercitare la sovranità sullo stretto, però conferisce al gruppo sciita una posizione operativa senza precedenti. Da qui possono minacciare il traffico, selezionare i bersagli e rendere il suo attraversamento irrazionale per determinate bandiere, carichi o destinazioni. Il loro potere non consiste dunque nel chiudere completamente lo stretto di Bab el-Mandeb, ma nel trasformarlo in un passaggio formalmente aperto e politicamente condizionato.
La novità più importante emerge osservando ciò che accade alle rotte alternative. L’Arabia Saudita aveva costruito il Petroline, oleodotto di 1.200 km capace di trasferire il greggio dal Golfo al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, aggirando Hormuz. Oggi la minaccia degli Houthi e gli attacchi delle milizie filo-iraniane contro le stazioni di pompaggio saudite colpiscono simultaneamente la via marittima e quella terrestre. Il bersaglio si è ampliato fino a comprendere la rete di rotte e le infrastrutture costruite dopo Suez per garantire la continuità dei flussi anche in caso di chiusura.
Iran-Oman understanding does not provide for immediate reopening of Strait of Hormuz, Tasnim reports https://t.co/a0WRvY2aA6 https://t.co/a0WRvY2aA6
— Reuters (@Reuters) September 12, 2026
È questa la trasformazione geopolitica in corso. Anche un percorso concepito per aggirare il blocco perde efficacia quando i suoi nodi di pompaggio, i terminali o i punti di accesso diventano vulnerabili. Per Riyadh la concentrazione delle infrastrutture critiche pesa sulla sicurezza energetica più della distanza geografica fra Golfo e Mar Rosso. La pressione assume così una forma reticolare. Hormuz, Bab el-Mandeb e Petroline costituiscono i nodi di un unico sistema di vulnerabilità strategica. L’Iran può ottenere profondità strategica senza amministrare direttamente il traffico; gli Houthi possono accrescere la propria autonomia negoziale trasformando una guerra yemenita in una questione globale e il condizionamento della circolazione marittima diventa così una risorsa negoziale.
Nella leadership iraniana si rafforza la convinzione che Washington abbia sempre più bisogno di un accordo e, con essa, cresce il prezzo politico della riapertura delle rotte. Il vantaggio non risiede nel blocco permanente, ma nella possibilità di rendere praticabile una rotta come concessione politica al momento e alle condizioni più favorevoli. Anche la risposta militare rivela l’asimmetria del confronto. Gli Stati Uniti possono proteggere singole navi, impiegare scorte e abbattere missili e ogni nuovo fronte disperde mezzi e intercettori. Il costo di un drone o di un missile si trasferisce sull’impiego molto più oneroso di una nave da guerra, di un premio assicurativo o di una deviazione attorno all’Africa.
Gli Houthi non devono prevalere sul mare: è sufficiente che rendano più costoso difenderlo. Il risultato è un paradosso. Le reti pensate per sottrarre i flussi alla forza degli stretti hanno moltiplicato i nodi dai quali la circolazione può essere condizionata. La geografia non è stata superata, ma trasferita dal passaggio marittimo alle vie che lo aggirano. Suez aveva mostrato che il controllo di una soglia poteva incidere sul commercio mondiale; Bab el-Mandeb conferma oggi che lo stesso effetto può essere ottenuto senza chiudere formalmente il varco, rendendo insicuro il percorso destinato a sostituirlo. Imporre un prezzo alla circolazione è potere, ma trasformarlo in un ordine politico è un’altra cosa. È in questo stretto braccio di mare che si incontrano la guerra con l’Iran, la vulnerabilità saudita e la debolezza statunitense, la proiezione dell’Iran e la sicurezza economica dell’Europa e dell’Asia.
Michele Brunelli - Docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea, UniBg




