Caro energia, l’Italia paga le sue dipendenze

La chiusura dello stretto di Hormuz ha riacceso la tensione sui mercati energetici globali, ma in Italia il caro energia non è un’emergenza: è la normalità. I numeri lo confermano. Il prezzo italiano dell’elettricità all’ingrosso resta intorno ai 151 euro/MWh: ben più alto rispetto a Germania (circa 102 euro/MWh) e Francia (circa 59 euro/MWh). Non si tratta di una fiammata temporanea: è invece il prodotto di scelte precise, economiche e politiche.
Il primo nodo è strutturale: il gas. L’Italia ne dipende più degli altri grandi Paesi europei e, in un mercato dove il prezzo lo fa proprio il gas, questo significa pagare di più. A questa vulnerabilità si somma una scelta storica mai davvero compensata: l’uscita dal nucleare. Dal 1987 l’Italia ha rinunciato a una fonte stabile, ma ha continuato a importare l’energia prodotta dalle centrali francesi. Una rinuncia interna, una dipendenza esterna.
Ma è sulla fiscalità che il discorso si fa politico. Nel 2022, in piena campagna elettorale, il taglio delle accise era stato presentato come una promessa chiara, quasi simbolica: abbassare il costo dei carburanti per famiglie e imprese. A distanza di oltre tre anni, quella promessa è rimasta tale. Non solo le accise non sono state eliminate, ma il sistema nel suo complesso continua a garantire maggiori entrate allo Stato. La legge di bilancio 2026 prevede infatti un aumento del gettito sui carburanti di circa 587 milioni di euro, deciso ben prima dell’ultima crisi geopolitica.
E qui emerge la prima frattura: tra narrazione e realtà. Si promette di ridurre il peso fiscale, ma nei fatti lo si consolida. Si parla di alleggerire le bollette, ma si mantiene, e in parte si rafforza, una delle componenti che più le appesantisce.
La seconda frattura è politica, ed è ancora più evidente. Prima di arrivare a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni non aveva escluso l’uscita dall’Unione Europea. Oggi, di fronte al caro energia, la stessa leadership chiede un intervento europeo, proponendo la tassazione degli extraprofitti a livello Ue. È un cambio di linea che riflette la realtà dei fatti: l’energia non si governa a livello nazionale. Ma resta il contrasto tra la postura sovranista rivendicata per anni e la necessità, oggi, di affidarsi a strumenti sovranazionali.
Di fronte al rincaro generalizzato del costo dell’energia, l’Italia ha risposto in due modi: ha garantito uno sconto «quasi omeopatico» al prezzo alla pompa e, più recentemente, ha proposto (con altri partner) la tassazione degli extraprofitti delle società energetiche da parte dell’UE.
Tagliare i «profitti di guerra» ha senso, ma bisogna evitare i pasticci combinati dal governo Draghi, che, a causa dell’invasione dell’Ucraina, fece altrettanto. La fragilità di quella manovra è evidenziata dai numeri: a fronte dei 10 miliardi di euro previsti, l’incasso effettivo fu di circa 1,5. L’idea di fare intervenire l’Europa va giudicata positivamente. Resta tuttavia un problema: l’Ue non ha un «Commissario delle finanze» e, attualmente, non può attuare una politica fiscale. La ragione? È presto detto: i 27 governi UE non vogliono cedere poteri all’Europa. Forse la crisi energetica avrà un effetto positivo: quello di dare maggior spazio d’azione all’UE.
Del resto chi di sovranismo ferisce, di sovranismo perisce.
Paolo Panteghini, docente di Scienza delle finanze, Università degli Studi di Brescia
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