Tutto come da copione. O quasi. Matteo Salvini resta al comando della Lega, Massimo Garavaglia perde la sfida e i nordisti tornano a casa senza la segreteria. Ma con 146 voti in tasca, che non sono esattamente una pacca sulla spalla. Al congresso straordinario di Milano il Capitano incassa 465 preferenze e un nuovo mandato fino al 2030. La vittoria non era mai stata in discussione. La dimensione del dissenso, invece, sì. E ora ha un numero, un peso politico e soprattutto un indirizzo.
Faccia a faccia
Per la prima volta dopo tredici anni Salvini ha dovuto misurarsi con un avversario vero. Non un oppositore esterno, ma un pezzo della Lega che fu, quella dei governatori, degli amministratori, delle imprese del Nord. Garavaglia raccoglie quasi il 24% dei voti espressi per i due candidati. Abbastanza per perdere nettamente, troppo per liquidare la contestazione come il capriccio di qualche nostalgico di Pontida. Il segretario conserva il partito. Non può più raccontarsi che sia tutto d’accordo con lui.

Del resto, prima ancora delle urne, erano arrivati gli interventi a togliere il velo alla rappresentazione dell’unità. Giancarlo Giorgetti, il ministro dell’Economia, ha posto la questione senza tanti giri: «Va tutto bene? No, non va tutto bene». Massimiliano Romeo ha ricordato che il problema non sono le beghe interne, ma gli elettori che hanno smesso di votare Lega. Attilio Fontana ha contestato lo spostamento verso l’estrema destra. E Luca Zaia, insieme agli altri governatori settentrionali, ha rimesso sul tavolo autonomia, territori e identità.
Due Leghe, insomma, che hanno votato undici mozioni all’unanimità ma non riescono più a mettersi d’accordo su che cosa vogliano diventare. Garavaglia ha chiesto di «risvegliare il sogno», rivendicando una forza pragmatica, lontana dall’estrema destra. Salvini ha risposto rivendicando le proprie battaglie, dalla legge Fornero all’immigrazione, fino allo stop all’invio di armi e soldi all’Ucraina. E ha mandato un messaggio piuttosto esplicito ai contestatori: la Lega non si aiuta con le polemiche sui giornali.
Una minoranza organizzata
Il paradosso è che proprio il congresso convocato per ricompattare il Carroccio ha certificato l’esistenza di una minoranza organizzata. Ora la prova sarà la gestione del potere. La nuova segreteria politica, fino a nove componenti, sarà nominata e revocata dal segretario federale. Anche il coordinatore delle segreterie regionali dipenderà dalla sua scelta. Salvini dispone dunque degli strumenti per allargare la squadra. Oppure per blindarla. E la differenza, per chi ha chiesto un cambio di rotta, non sarà un dettaglio.
Intanto cambia il simbolo: via «Salvini premier», spazio a «Italia federale», con Alberto da Giussano ancora in bella vista. Un ritorno lessicale alle origini che, da solo, non risolve la questione settentrionale. Perché la domanda sollevata dai nordisti non riguarda soltanto il nome stampato sulla scheda, ma chi decide la linea, quali interessi rappresenta la Lega e quanto spazio resta ai territori dentro un partito costruito attorno al suo leader.
Salvini ha vinto. Garavaglia ha perso. Ma i 146 delegati che hanno scelto lo sfidante non spariscono con lo scrutinio. E il Capitano, che voleva chiudere la partita, da domani dovrà decidere se considerarli una minoranza da coinvolgere oppure un fastidio da sopportare. Perché un congresso può confermare un segretario. Non può obbligare gli elettori perduti a tornare.




