A inizio serata la bandiera con il Sole delle Alpi che fa da sfondo ai protagonisti proprio non vuole saperne di stare appesa. «Ma io prontamente la rimetto», precisa subito il senatore leghista Massimiliano Romeo. È un segnale. Come a dire: «Io ci sono, non temete». Che è poi la risposta a quello che chiedono i tanti militanti arrivati ieri a Brescia, all’Hotel Master, e non solo loro. Una richiesta perfettamente sintetizzata in uno striscione che colora la serata: «Max e Attilio rifacciamo la Lega». Quell’Attilio è Fontana, il presidente della Regione Lombardia che accompagna Romeo nella presentazione del suo libro Fare la Lega. Agenda per il rinnovamento, guidati dal vicedirettore del Giornale di Brescia Carlo Muzzi.
Una serata dedicata alla «vecchia» Lega, come si dice in questi casi. Nella quale non sono mancate le camicie verdi, i riferimenti a Bossi e Maroni e anche la voglia di dimostrare una certa arroganza politica (chiaramente con il motto reso celebre dal Carroccio negli anni Novanta, che possiamo tranquillamente non riportare).
Ma come si coniuga tutto questo con l’agenda politica attuale. Ne abbiamo parlato con il protagonista di serata, Massimiliano Romeo.
Nel libro non c’è nulla di nuovo rispetto al programma con cui è stato eletto segretario della Lega Lombarda. Perché dunque ha suscitato tante critiche?
Non fa altro che sviluppare i concetti che avevo inserito nel programma e nel discorso del congresso del dicembre 2024, quando sono stato eletto all’unanimità. Ascoltando la base avevamo avvertito un campanello d’allarme: qualcosa non funzionava a dovere. La Lega è diventata una forza nazionale, ma la sua vera vocazione resta quella di sindacato del territorio, di una forza politica che difende la propria terra e la propria comunità. Con l’idea di partito nazionale si era un po’ persa quell’identità territoriale. Il libro sviluppa questi punti e avanza proposte concrete, per esempio sugli stipendi in base al costo della vita. Una buona parte racconta anche i risultati della Lega: il lavoro di Calderoli sull’autonomia, di Giorgetti sull’economia e di Salvini quando era ministro dell’Interno. Mi sembra strano che un libro che non attacca nessuno, ma è pieno di proposte, abbia destato tanto scalpore nel movimento.
Nell’introduzione riconosce anche il risultato raggiunto da Salvini con la Lega nazionale.
Un risultato che nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare. Così come dico che, se c’è stata una flessione del movimento, tutta la classe dirigente deve interrogarsi e le responsabilità vanno suddivise fra tutti. Il libro era un’occasione di rilancio: fare dibattito, conciliare le diverse sensibilità e trovare una nuova sintesi in una fase delicata, che precede le elezioni politiche. Con spirito costruttivo, senza sfidare nessuno. È stato preso come un libro rivoluzionario, mentre l’idea è tornare alle radici: non per nostalgia, ma come condizione per affrontare il domani. Una Lega nazionale capace di custodire le identità territoriali e di trasformare l’Italia in una Repubblica federale.
Lei propone Lega Nord, Lega Centro e Lega Sud. Come si conciliano poi in un partito nazionale?
Credo nel modello tedesco Cdu-Csu, declinato in una forma ancora più identitaria. L’idea è creare una confederazione con Lega Nord, Lega Centro e Lega Sud: non tre partiti diversi, ma una Lega unica a livello nazionale, confederata fra questi tre soggetti, che si presentano sui territori con una forte identità. Alle elezioni politiche ci si presenta tutti insieme come Lega, per affrontare temi come immigrazione, lavoro, pensioni, geopolitica e rapporti internazionali, che le singole realtà territoriali non possono affrontare da sole. Se facciamo vedere che il federalismo funziona bene al nostro interno, siamo più credibili anche quando lo proponiamo all’esterno.
Ha parlato anche di una squadra di governatori accanto a Salvini. È questa la strada?
Non abbiamo mai chiesto a Salvini di fare un passo indietro. Abbiamo proposto di creare una squadra di cui lui, come segretario, faccia parte e che, con maggiore collegialità, produca iniziative e idee. Potrebbe rappresentare una novità nel panorama politico nazionale. Con la nuova legge elettorale immagino un voto polarizzato fra Meloni e il suo avversario: i partiti alleati dei due poli rischiano di soffrire, mentre Vannacci rappresenta la novità. A questa logica di confronto permanente fra leader possiamo contrapporre la forza della squadra. Puntando sulla squadra ottenemmo risultati migliori rispetto alle politiche di qualche mese prima. La Lega può fare la differenza anche grazie alla qualità dei suoi amministratori.
Quindi una direzione più collegiale?
Un po’ più collegiale, certo, con una capacità di iniziativa più forte.
Che cosa le chiedono oggi i territori?
Tornare ad ascoltare è fondamentale. Militanti ed elettori chiedono che la Lega non parli solo di immigrazione e sicurezza, ma torni anche sui temi che riguardano artigiani, commercianti e piccoli imprenditori: la burocrazia, l’eccessivo peso dello Stato, la necessità di lasciare libertà di azione ai territori produttivi. Sono i valori di quel federalismo liberale che ha sempre animato il cuore della Lega.
Ha detto che la Lega dovrebbe tornare a spaventare un po’ il sistema. Che cosa intende?
Se si vogliono ottenere risultati è chiaro che si sta al governo. E al governo bisogna garantire stabilità e governabilità, che aiutano anche l’economia. La Lega dovrebbe però, in qualche occasione, alzare un po’ più la voce per farsi ascoltare. Una voce che non parta necessariamente da chi è in Parlamento, ma direttamente dai territori, e che possa dare una spinta per avere un peso maggiore anche a Roma.
Farsi ascoltare dal Governo...
Sì. Esiste una questione meridionale e il governo ha fatto tanto: il Pnrr, il decreto Caivano, il sostegno alle Zes del Sud. Ma non dimentichiamo che esiste anche una questione settentrionale. Faccio due esempi. Penso all’ambiente e all’aria che facciamo fatica a respirare: il bacino padano ha caratteristiche uniche in Italia, per le correnti e la conformazione del territorio. Questo impone un piano di investimenti molto serio, che aspettiamo con grande ansia. Poi c’è il tema degli stipendi in base al costo della vita. Attraverso il welfare aziendale si può introdurre un meccanismo che, nelle zone dove vivere costa di più, aiuti i lavoratori e le persone in difficoltà.




