Politica

Congresso Lega, Garavaglia: «I consensi calano, dobbiamo darci una mossa»

L’intervista al senatore che sfida Salvini: «Abbiamo una grande squadra: dobbiamo valorizzarla e pensare ai territori»
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Massimo Garavaglia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Massimo Garavaglia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Oggi si apre la due giorni di congresso della Lega all’Allianz MiCo di Milano. Da una parte Matteo Salvini, dall’altra Massimo Garavaglia, senatore che creda in un Carroccio diverso da quello attuale e ripropone temi come il federalismo, citando Bossi e Miglio. Proprio con lui, leghista della prima ora abbiamo fatto due parole. 

Senatore Garavaglia, lei ha parlato di una candidatura di testimonianza. Significa che non punta necessariamente a battere Matteo Salvini?

Quando ci si candida non si sa mai che cosa può succedere. Di sicuro ho sentito la necessità di rappresentare una serie di istanze che sentivo ripetere da tantissime persone. E allora ho deciso di candidarmi per raccontare quello che raccolgo sul territorio.

Quali istanze?

Innanzitutto la richiesta di una Lega più pragmatica e meno ideologica. La Lega non è mai stata una forza politica facilmente collocabile negli schieramenti tradizionali. Per assurdo, sul sociale siamo più a sinistra della sinistra; sulla sicurezza abbiamo una posizione decisa, perché la consideriamo una precondizione per poter lavorare bene; in economia siamo liberali. Quindi, dove collochiamo la Lega?

Richiama la Lega delle origini, né di destra né di sinistra...

Esattamente. «Né neri né rossi, ma liberi con Bossi», come diceva Salvini quando guidava i cortei dei giovani padani. E poi c’è il federalismo: la Lega deve essere il vero sindacato del territorio.

Ma rispetto a quella Lega qualcosa è cambiato.

Certo, qualcosa è cambiato, ma cambia anche il mondo. Alcune idee, però, mantengono intatte la loro forza e la loro modernità. Già all’inizio degli anni Novanta Gianfranco Miglio sosteneva che il federalismo fosse un argine allo strapotere delle tecnocrazie. All’epoca ci si chiedeva che cosa fossero queste tecnocrazie. Oggi vediamo che cinque o sei aziende hanno una forza economica superiore a quella di gran parte degli Stati del mondo. È questa la modernità delle idee della Lega che dobbiamo rappresentare. E poi c’è la forza del pensiero liberale. Noi siamo il partito del Pil, di chi lavora.

Dunque il federalismo torna a essere un vero dogma?

Assolutamente sì. In un momento in cui gli Stati fanno fatica a dare risposte, è fondamentale organizzarsi valorizzando i territori. Come diceva il sociologo americano Daniel Bell, gli Stati sono troppo piccoli per affrontare i grandi problemi della vita e troppo grandi per quelli piccoli.

Le richieste che ha raccolto arrivano soprattutto dalla Lombardia e dal Nord?

Sicuramente dalla Lombardia e da tutto il Nord, ma non soltanto. Il popolo del Pil e delle partite Iva esiste anche altrove. Parliamo di persone che si alzano la mattina con l’obiettivo di lavorare.

C’è qualcosa che rimprovera a Salvini o alla gestione della Lega degli ultimi anni?

Il mio obiettivo è far crescere i consensi della Lega e credo che su questi temi ci sia una prateria davanti a noi. C’è poco da rimproverare. Prendo però atto che, dall’uscita dal governo Draghi in poi, siamo passati dal 18% al 5%. Forse è arrivato il momento di darci una mossa.

Se fosse eletto segretario federale, su quali priorità punterebbe per recuperare consensi?

Territorio, politica liberale e squadra. Nella Lega abbiamo uno squadrone. È risaputo che il partito può contare su persone molto capaci: dobbiamo valorizzarle.

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