Alla fine, il processo a Matteo Salvini si farà. Con tanto di sfidante, schede elettorali e voto segreto. Ai nordisti manca un solo ingrediente: i numeri per riuscire ad archiviare davvero la stagione del segretario nazionale (non propriamente un dettaglio). Ma il congresso straordinario della Lega, convocato per oggi e domani all’Allianz MiCo di Milano, è già qualcosa di più di una verifica interna: è il primo tentativo organizzato di mettere ai voti il salvinismo. Dopo tredici anni di leadership, mica una formalità.
A presentarsi davanti ai 706 delegati (gli stessi del congresso dell’anno scorso, a Firenze) saranno il segretario federale e Massimo Garavaglia, senatore, ex ministro, leghista di antico conio. L’uomo che nell’arco di una decina di giorni ha trasformato in candidatura il malcontento del Nord. Servivano 80 firme da almeno quattro regioni: sono arrivate (sul filo del rasoio: 83 gli autografi consegnati), con tanto di sottoscrizione del governatore lombardo Attilio Fontana.
Salvini, con ammirevole disinvoltura, assicura che «non è una sfida ma un confronto». Il problema è che uno dei due candidati vuole cambiare proprio la Lega costruita dall’altro. Garavaglia non promette rivoluzioni ideologiche, rivendica un ritorno alle origini: «La Lega è la Lega, non è di estrema destra». Federalismo, autonomia, imprese, territori. Tutto il repertorio che ha fatto grande il Carroccio prima che Salvini lo aprisse allo sguardo nazionale, cercando voti da Lampedusa alle Alpi, trasformando il partito del Nord in una forza nazional-sovranista.
L’accusa politica è questa: nella conquista dell’Italia, la Lega avrebbe smarrito la propria casa. La geografia della contesa è istruttiva. Con Garavaglia ci sono ovviamente Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato e segretario lombardo, ma soprattutto il frontman di questi ultimi mesi di rivolta; Attilio Fontana e gli assessori Massimo Sertori e Claudia Terzi. Nel Bresciano il fronte nordista comprende l’on. Simona Bordonali, la segretaria provinciale Roberta Sisti, Fabio Rolfi e la cordata dei sindaci, da Renato Pasinetti a Giovanmaria Flocchini.
Dall’altra parte, sulla linea della lealtà al Capitano, si collocano i parlamentari Paolo Formentini e Stefano Borghesi, ma anche l’ex segretario provinciale Alberto Bertagna e i consiglieri regionali Davide Caparini e Floriano Massardi (che ha sì firmato la mozione salviniana, ma che ha anche presenziato alle serate di presentazione del libro di Romeo «Fare la Lega. Agenda per il rinnovamento», diventato un po’ il manifesta del malcontento).
Due genealogie politiche, prima ancora che due cordate. Più sfumata la partita dei governatori. Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti condividono molte delle rivendicazioni settentrionali, ma senza trasformarle tutte in un’investitura personale di Garavaglia. Fugatti ha sottoscritto la mozione nordista senza schierarsi nella corsa alla segreteria. Giancarlo Giorgetti mantiene le distanze dalla conta ma non sposa la linea del Capitano (non a caso c’è un foglietto che lo esclude dalle liste delle Politiche).
E nella galassia regionale contano anche le posizioni di Guido Guidesi (che riconosce la necessità di un cambio di passo, ma non si è apertamente schierato) e Roberto Calderoli (pro Salvini, a differenza della moglie, l’ex eurodeputata Gianna Gancia): la battaglia per l’autonomia attraversa schieramenti che non coincidono perfettamente con quelli congressuali. Il Nord è un fronte politico, non ancora un esercito disciplinato.
Oggi comincia la conta. Salvini cerca una legittimazione, Garavaglia una prova di esistenza. Il Capitano potrebbe conservare il comando senza troppi patemi. Ma per la prima volta dovrà leggere, nero su bianco, quanti dei suoi non vogliono più seguirne la rotta.




