Politica

Ferrari: «La sinistra ha creato un sistema, ci serve un candidato moderato»

La consigliera comunale in Loggia: «Sono entrata da indipendente, ora ho la tessera di FdI. Castelletti ha gestito male la sicurezza, Manzoni lo promuovo. Sogno una città universitaria»
Nini Ferrari (Fratelli d'Italia) - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Nini Ferrari (Fratelli d'Italia) - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Nini Ferrari in Loggia è tornata nel 2023, dopo esserci già stata per dieci anni, dal 2008 al 2018. Avvocato e docente universitaria, candidata da indipendente nella lista di Fratelli d’Italia, siede anche in Consiglio provinciale. Dall’opposizione osserva una città che politicamente conosce da quasi vent’anni e tutti coloro che hanno seguito i suoi interventi sanno che il suo pallino è, da sempre, uno: «Rendere Brescia una città universitaria, con un vero campus». Oggi continua a provare a perseguire il suo obiettivo dai banchi di opposizione.

Ferrari, perché il centrodestra a Brescia fatica a essere incisivo?

Perché qui esiste un sistema, possiamo chiamarlo così. Il Comune ha una disponibilità economica straordinaria rispetto alla maggior parte dei Comuni italiani: oltre alle entrate ordinarie, ci sono gli oltre 80 milioni di dividendi A2A. Milano riceve risorse analoghe, ma le spalma su più di un milione di abitanti, Brescia su circa 200mila. E non c’è un vero confronto su come spendere queste risorse, decidono sindaco e Giunta. Questo permette all’Amministrazione di arrivare praticamente ovunque decida di arrivare. Poi c’è la continuità politica: salvo la parentesi del centrodestra, questa parte politica governa la città da moltissimo tempo ed è presente nei diversi organismi e negli enti che la attraversano, dal consiglio parrocchiale a Brescia Mobilità. Tutto questo crea un sistema di relazioni molto forte. Quando arriva la campagna elettorale, il meccanismo è: ti ho messo in un ente, ti piace restarci? Allora devi rivotarmi. Questo per me è il sistema.

Palazzo Loggia -  © www.giornaledibrescia.it
Palazzo Loggia - © www.giornaledibrescia.it

L’opposizione sostiene spesso che i soldi vengano spesi male. Ma concretamente, lei cosa taglierebbe?

Non userei la parola tagliare. Il taglio lo fai quando non hai denaro. Brescia fortunatamente non è in questa situazione e un ente pubblico che ha risorse fa bene a spenderle. Io riprogrammerei la spesa e la distribuirei meglio.

In che modo e dove?

Faccio il «conto della serva». Seguo la commissione Servizi sociali e sono andata a vedere quanto spendiamo specificamente per gli anziani. La popolazione invecchia, le famiglie sono sempre più piccole, molti anziani restano soli e spesso sono proprio genitori e nonni ad aiutare figli e nipoti che hanno stipendi bassissimi. Capisco gli interventi sulle marginalità, sui minori, sulla povertà educativa e sull’inclusione sociale e non penso certo che vadano azzerati. Ma serve più discernimento nella distribuzione delle risorse.

Anche nella cultura?

Certo. E sono contenta che una città che può permetterselo destini alla cultura più della media italiana. Però i numeri non saranno tutto, ma qualcosa dicono sul successo delle iniziative e sull’allocazione delle risorse. Fondazione Brescia Musei riceve molti soldi e penso che con quel budget si potrebbe fare una programmazione migliore. Non può essere tutto vetrina, ci vogliono anche i contenuti.

Lei contesta anche la gratuità dei musei. Perché?

La gratuità indiscriminata non mi piace, perché secondo me rischia di svilire il prodotto. Preferisco biglietti molto popolari e promozioni per le famiglie. Anche tre euro, se vogliamo, ma bisogna trasmettere l’idea che stai entrando a vedere collezioni importanti, dietro le quali ci sono progettualità, professionalità e lavoro. E poi serve fare rete con il territorio, altrimenti diventa autoreferenzialità.

E Brescia Musei sarebbe troppo autoreferenziale?

Secondo me sì. In Provincia, pur avendo molte meno risorse, abbiamo costruito «Una notte, un museo» mettendo insieme 25 musei del territorio, anche piccoli. Fondazione Brescia Musei inizialmente sembrava intenzionata a partecipare, poi ha scelto di non farlo. Io credo che chi è più grande debba collaborare con i piccoli: non perde spazio, anzi può diventare ancora più centrale. Questo approccio di apertura al territorio lo vedo poco.

In opposizione, nel 2017, insieme a Francesco Onofri e Mattia Margaroli -  © www.giornaledibrescia.it
In opposizione, nel 2017, insieme a Francesco Onofri e Mattia Margaroli - © www.giornaledibrescia.it

Alla minoranza viene però rimproverato di criticare molto e proporre poco.

Per essere motivati a costruire proposte bisogna almeno sperare che vengano ascoltate. Qui nei nostri confronti l’ascolto è meno di zero. A volte non ascoltano nemmeno alcune componenti della loro maggioranza: penso agli ambientalisti. Sapere in partenza che una proposta non verrà presa in considerazione diventa frustrante.

Un caso?

I Green box. Abbiamo raccolto le proteste delle famiglie, fatto petizioni, portato dati, chiesto di ripensarci. La giustificazione erano i conferimenti sbagliati, ma togliere i Green box non elimina gli abbandoni: materassi e divani continuano a esserci. E poi c’è una contraddizione: diciamo «chi differenzia di più paga meno», ma quelle famiglie differenziano di più e si sono ritrovate a pagare un servizio che prima era gratuito.

Qual è secondo lei il punto più debole della giunta Castelletti?

La sicurezza. Nei primi due anni hanno sostanzialmente negato il problema, poi improvvisamente il problema è stato riconosciuto, affrontato e quasi risolto. Un approccio così mi convince poco. È vero che molte competenze sono dello Stato, ma il Comune deve fare fino in fondo quello che gli compete. Non penso che sanzione e repressione risolvano tutto, però la sanzione è un deterrente. Essere troppo permissivi porta chi già non rispetta le regole a sentirsi impunito.

Se invece dovesse promuovere qualcuno della Giunta?

Federico Manzoni. Secondo me ha molto peso ed è anche giusto che sia così: lo considero una persona molto preparata e molto sul pezzo.

Promosso con voti alti?

Sì, anche con voti alti. Ma non fatemi dare le pagelle a tutti… Meglio di no.

Lei è tornata in Consiglio dopo cinque anni di stop. Ha trovato un’aula diversa?

Non molto. Anche con protagonisti nuovi e più giovani, il funzionamento mi sembra in continuità con il passato: il pallino resta nelle mani del sindaco e della Giunta. E forse nemmeno di tutta la Giunta, perché la mia sensazione è che alcuni assessori abbiano più peso di altri.

Nel 2023 però è tornata da indipendente con Fratelli d’Italia. Per una persona con una storia anche civica non è stato uno spostamento un po’ troppo verso destra?

Io sono sempre stata nel centrodestra. Quattro anni fa non pensavo nemmeno di ricandidarmi, poi in occasione della candidatura di Fabio Rolfi mi è stato chiesto di dare una mano. Mi sono avvicinata a Fratelli d’Italia anche perché nel modo in cui Giorgia Meloni si è posta e sta governando vedo una posizione nella quale personalmente mi ritrovo. Non percepisco il partito come estrema destra e non considero di essermi spostata in un’area troppo a destra. Se guardo alla coalizione nazionale, le posizioni che considero più estreme oggi le vedo soprattutto nella Lega o in Vannacci.

È ancora indipendente?

No. Sono entrata da indipendente, poi mi sono iscritta a Fratelli d’Italia.

Quindi oggi Nini Ferrari ha la tessera di FdI.

Sì, non ne abbiamo fatto grande pubblicità. Io non sono una donna di partito, faccio persino fatica a orientarmi tra tutti gli organismi e i ruoli interni. Però se posso dare una mano al partito e alla squadra e questo significa anche avere la tessera, per me non è un problema.

Come si trova nel gruppo?

Molto bene. Sono la più anziana anagraficamente e sento che c’è grande considerazione per le mie posizioni. Credo anche di aver aiutato Carlo Andreoli a smussare alcuni toni che all’inizio erano forse un po’ più accesi: è un ragazzo molto in gamba, ha l’età di mia figlia, potrebbe essere mio figlio. Giovanni Posio e Mariachiara Fornasari avevano già un’impostazione più istituzionale. Penso di aver dato un contributo alla squadra anche sotto questo profilo.

Facciamo un passo indietro. Che effetto le ha fatto vedere abbattere la Torre Tintoretto dalla Giunta di centrosinistra dopo la battaglia durata anni quando governava il centrodestra?

È frustrante. Il cittadino ha inevitabilmente una memoria più corta, ma se hai vissuto certe battaglie dall’interno ricordi gli anni di ostacoli e ricorsi. Poi cambia la maggioranza e chi aveva combattuto quell’intervento finisce per fare ciò che prima aveva ostacolato. È deprimente per chi lo subisce, ma dovrebbe esserlo anche per chi fa un’opposizione di quel tipo.

Il centrodestra, quando governò Brescia, lasciò invece abbastanza?

Ha avuto troppo poco tempo per lasciare una traccia. Con i tempi della burocrazia, cinque anni sono pochi per mettere in pista e completare grandi progetti. Errori ce ne sono stati, naturalmente. Io allora ero alla mia prima esperienza politica e non ero in Giunta. Però penso ancora, per esempio, al campus universitario.

Ferrari nel 2008 insieme all'allora sindaco Paroli e all'ex rettore della Statale Preti - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Ferrari nel 2008 insieme all'allora sindaco Paroli e all'ex rettore della Statale Preti - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Un rimpianto?

Enorme. Mi ero spesa tantissimo per quel progetto. C’erano i finanziamenti, erano previsti 197 alloggi e la possibilità di recuperare la caserma. Il Comune avrebbe dovuto mettere una propria quota, certo, ma si potevano trovare gli strumenti finanziari. Secondo me la Giunta Del Bono ha perso un’occasione straordinaria. Non lo ammetteranno mai politicamente, però lo hanno fatto.

Oggi le residenze per gli studenti le sta facendo il privato.

E il privato, legittimamente, fa il privato. Se c’è molta domanda e la sua offerta è preziosa applica il prezzo che ritiene. Se avessimo avuto quei 197 alloggi pubblici, la situazione sarebbe stata diversa.

Se le chiedessi un grande progetto per la Brescia del futuro, tornerebbe quindi al campus?

Sì. Forse ormai è un sogno, perché sarà difficile ritrovare la stessa congiuntura, ma penso che un grande progetto universitario potrebbe cambiare la cifra della città. Potrebbe diventare un catalizzatore anche per la presenza di università straniere e per nuovi collegamenti.

Brescia secondo lei, oggi, non è una città universitaria?

Non ancora davvero. Ma potrebbe diventarlo. Servirebbero decisioni più coraggiose.

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Laura Castelletti ha già detto di ragionare su dieci anni. Nel centrodestra si parla già del 2028?

Qualche riflessione sicuramente c’è, ma per quanto ne so è ancora interna ai singoli gruppi. Non mi risulta che sia già cominciata un’interlocuzione complessiva tra le forze del centrodestra.

Di nomi, però, ne sono già circolati parecchi. Che candidato dovrebbe cercare il centrodestra?

Una figura di profilo alto e moderato, anche nella propria storia personale, capace di parlare all’elettorato moderato bresciano. E per me deve avere esperienza istituzionale. Puoi essere la persona più brava, intelligente, smart e preparata del mondo, ma entrare da zero in un’amministrazione complessa è rischioso sia per quella persona sia per la città.

Quindi niente candidato pescato dalla società civile all’ultimo momento.

Non dico che debba necessariamente aver fatto esperienza in Comune. Ma deve conoscere le istituzioni. Io stessa, quando sono entrata in Consiglio nel 2008, pur avendo una formazione giuridica, ho avuto bisogno di tempo per capire come funzionava quel mondo. Ci sono regole, procedure, modalità che bisogna conoscere.

Perché insiste tanto sul profilo moderato?

Perché se i nostri competitor costruiranno un campo largo comprendendo anche il Movimento 5 Stelle, su un territorio come Brescia potrebbe essere più un vantaggio per noi che per loro. I Cinque Stelle non sono nemmeno entrati in Consiglio comunale e un’alleanza di quel tipo potrebbe spaventare una parte dell’elettorato moderato, che qui è molto presente. Ma per portarlo dalla nostra parte serve un candidato credibile per quel mondo.

E che programma dovrebbe presentare?

Per favore, non un programma da 820 pagine nel quale dici tutto e il contrario di tutto. Vorrei un programma essenziale: poche idee chiare e le modalità con cui realizzarle. Le cose ordinarie non devono nemmeno esserci. Se ti candidi a sindaco non puoi promettere che pulirai le strade: certo che le pulisci, quello fa parte dell’amministrazione normale. E poi, ovviamente, la Brescia universitaria... Il mio punto di vista sarà anche un po’ condizionato dalla mia formazione e dal mio lavoro, lo ammetto. Ma penso davvero che potrebbe cambiare l’atmosfera e la cifra della città. Brescia può diventarlo. Bisogna avere più coraggio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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