Lombardia al voto nel 2027, il centrodestra punta all’election day

La strategia: fare dimettere in anticipo la Giunta Fontana e «legare» la Regione alle Politiche e a Milano
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L'idea di un election day per il 2027
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Da Roma a Milano, da mesi, partiti e leader del centrodestra smanettano sui calendari, cercando il modo di far combaciare tre caselle: il dopo-Sala, il dopo-Fontana, il Meloni bis. La direzione è chiara: votare prima possibile – purché non d’estate, ché di un’altra campagna elettorale sotto il sole nessuno ha più voglia – e votare tutto insieme, in un election day che sia anche una resa dei conti (o che ampli la scenografia delle compensazioni politiche interne) tra e dentro la coalizione.

È questa la partita parallela che si sta giocando adesso e che, se non ci saranno colpi di scena, potrebbe materializzarsi nella tarda primavera del 2027, portando gli elettori ai seggi. Perché a Roma, tra i banchi di chi sta al governo, la parola d’ordine non è solo «niente urne a settembre», ma anche «uniamo (tradotto: capitalizziamo) tutto il possibile», inclusa la Lombardia. Il ragionamento è: esplicitamente non si può dire, ma siccome questa Giunta regionale non piace fino in fondo a nessuno e i tentativi di rimpasto sono tutti naufragati rovinosamente, allora si arrivi prima (sei-sette mesi prima, per la precisione) al finale di stagione. E non è un caso che sia già cominciato il risiko dei candidati.

Gli equilibri nel centrodestra

Nel centrodestra, dietro le strette di mano di rito, si stanno già affilando i coltelli. Forza Italia, risvegliata dalla nostalgia berlusconiana e convinta di essere stata messa in un angolo troppo a lungo, ha deciso di far pagare alla Lega anni di dominio indisturbato sulla Regione. Alla convention milanese, Alessandro Sorte e Roberto Formigoni hanno rispolverato il vecchio slogan non scritto: «Con noi si correva di più». Un attacco senza troppe sfumature né diplomazie, che mira a rimettere in discussione tanto la guida della Lombardia quanto la candidatura per Milano. Per entrambi i ruoli (quello da candidato governatore e quello da candidato sindaco) gli azzurri sognano un candidato civico, moderato, centrista. E mentre la Lega prova a difendersi come può, per il dopo-Sala Fratelli d’Italia spinge per Maurizio Lupi.

Arriviamo alla patata bollente: la Lombardia. Sullo sfondo, ad oggi, ci sono due nomi che dicono molto. Il più corteggiato dal centrodestra (anche se lui non ha mai dichiarato di essere disponibile per la corsa) è Ettore Prandini: l’attuale presidente di Coldiretti dovrebbe passare il testimone nel 2028 ed è il nome che piace a tutti, l’unico sul quale nessuno – nella coalizione – oserebbe neppure avanzare un dubbio. Se però Prandini si ponesse senza appello fuori dalla partita, in FdI avanza l’idea di schierare l’eurodeputato Carlo Fidanza, che qualcuno a Roma immagina invece in corsa come sindaco di Milano, come se fosse una sorta di pedina jolly.

La situazione nel centrosinistra

E nel centrosinistra? La parola scelta è più elegante: «laboratorio». Ma la sostanza è la stessa: il cantiere politico c’è, il «chi va là» sul toto nomi anche. La prima riunione del fronte progressista è in agenda per il 14 luglio al Pirellone, con Pd, M5s, Verdi-Sinistra, Patto Civico e pure Azione e Italia Viva convocati per il varo ufficiale del piano «Lombardia 2028».

Il candidato in pectore è l’ex sindaco di Brescia e vicepresidente del Consiglio regionale Emilio Del Bono (Pd). È lui a guidare il laboratorio, a impostare un nuovo approccio e una nuova visione politica e amministrativa, a cominciare a parlare di «Lombardie» non solo per valorizzare le peculiarità di ogni territorio, ma anche per scrivere un programma mirato, con risposte puntuali a problemi diversi.

Sullo sfondo, però, il nome di Beppe Sala circola ancora. Il sindaco di Milano, formalmente, si tiene nel limbo tra un «mai dire mai» e un «ci devono essere le condizioni», mentre il Pd nazionale sembra sempre più tentato di riservargli un ruolo nazionale, persino da «anti-Schlein». Sala non ha fretta, ma nemmeno intenzione di sparire. E la sua disponibilità (pur vaga) da un lato, unita a quel «è presto, intanto iniziamo a lavorare» di Del Bono dall’altro, è sufficiente a congelare ogni investitura definitiva. Ma c’è da dire che il centrosinistra sembra aver imparato una lezione dal dissing Majorino-Maran del 2023, sfociato poi in sconfitta: muoversi in tempo, provare a dettare l’agenda invece di subirla.

Election day

Nel frattempo, a Roma si insiste per fare tutto insieme, un election day che concentri comunali, regionali e Politiche in un colpo solo. Il messaggio ai naviganti (gli elettori) sarebbe semplice: così risparmiamo energie, soldi, le scuole non devono chiudere a ripetizione. Resta un fatto per nulla trascurabile: questa «successione a tre» implicherebbe le dimissioni anticipate di Attilio Fontana e della sua squadra. Non è una mossa scontata. Ma è sicuramente una mossa (politicamente) negoziabile.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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