Formigoni: «Ricandidarmi? Ora no, ma la politica è una specie di droga»

L'ex presidente della Lombardia a metà novembre tornerà libero. Domani sarà a Brescia per l’Associazione Tito Speri
Roberto Formigoni, 76 anni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Roberto Formigoni, 76 anni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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«Molti amici, vecchi e nuovi, mi chiedono di candidarmi alle elezioni Europee. Per adesso la risposta è no. Sento il dovere di chiudere il cammino che mi è stato imposto dai giudici. Quando potrò scegliere, rifletterò con calma e deciderò». Roberto Formigoni, 76 anni, a metà novembre tornerà libero. Scontata la pena per corruzione, cinque anni e dieci mesi, diventata definitiva nel febbraio del 2019. Dopo cinque mesi nel carcere di Bollate ha ottenuto i domiciliari e dall’ottobre del 2022 è in affidamento ai servizi sociali.

Ciellino, presidente del Movimento popolare, parlamentare europeo (1984-1993), deputato (1987-1995), senatore (2013-2018) e soprattutto presidente della Regione Lombardia dal 1995 al 2013. Domani sarà a Brescia ospite dell’Associazione Tito Speri alle 18, al Centro pastorale Paolo VI di via Gezio Calini, per la presentazione del suo libro «Una storia popolare» (Edizioni Cantagalli). L’incontro sarà introdotto dall’avvocato Paolo Botticini, Roberto Formigoni dialogherà con i giornalisti Tonino Zana e Massimo Tedeschi.

Presidente, fra poco sarà libero. Tornerà a fare politica?

«La politica ha continuato a interessarmi, è una specie di droga. Ho continuato a leggere, approfondire, ad avere incontri con persone e colleghi. Certamente continuerò, in quale forma non so dire. Tanti mi chiedono di candidarmi, anche personalità importanti. Ora dico di no, ma questi inviti mi impongono di pensarci».

Nel suo libro, «Una storia popolare», auspica una forte testimonianza unitaria dei cattolici in politica. Crede sia una strada percorribile oggi?

«Sì. Non nella forma che abbiamo conosciuto, dico la Democrazia cristiana, ma sono convinto che serva una nuova presenza. I cattolici, però, devono volerlo, cercando una qualche forma di unità. Ci sono tanti gruppi e gruppetti, movimenti, circoli, con capi e capetti. Per incidere serve unità, uno sforzo di aggregazione per poi eleggere un responsabile, dei dirigenti. I cattolici non integralisti dovrebbero parlarsi di più, coinvolgere i laici non integralisti per il bene dell’Italia».

Formigoni lascia il tribunale di Milano dopo aver partecipato ad un'udienza del processo Maugeri - Foto Ansa/Matteo Bazzi © www.giornaledibrescia.it
Formigoni lascia il tribunale di Milano dopo aver partecipato ad un'udienza del processo Maugeri - Foto Ansa/Matteo Bazzi © www.giornaledibrescia.it

Lei riconosce «Una voglia di centro in Italia». C’è ancora uno spazio per un centro in questa Italia polarizzata?

«Credo che non sia più possibile un centro autonomo. La dignità della persona, l’attenzione alla vita dal suo concepimento alla morte, il valore del merito, della scuola e della cultura sono principi che possono essere incarnati nel centrodestra. Serve più spazio per il centro nel centrodestra. Invito i cattolici a darsi da fare, ad uscire dai luoghi di lavoro e della vita quotidiana per allearsi con la destra democratica».

Lei rivendica la sua «storia popolare», ma oggi va più di moda il populismo.

«Il populismo è la corruzione del popolarismo. Il primo è un egoismo nazionalista. Tuttavia, mi sembra in declino. La gente ha capito che non è chiudendosi, ma allargandosi nel mondo che si può progredire. Il futuro è nel dialogo fra i Paesi».

Lei conosce bene il Medio Oriente. Nel 1990 guidò la missione che riportò a casa 250 ostaggi italiani di Saddam Hussein dopo l’occupazione del Kuwait. Nel 1995 incontrò Yasser Arafat e in seguito svolse varie missioni in quell’area. Cosa pensa della crisi attuale?

«Bisogna garantire che Israele viva e che i Palestinesi abbiano una patria. Due popoli, due Paesi. Detto questo, Hamas e Hezbollah sono terroristi, non rappresentano i Palestinesi. Vanno annientati, fanno solo male al popolo che dicono di difendere».

Formigoni con Adriano Paroli nel 2010 a Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Formigoni con Adriano Paroli nel 2010 a Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Sussidiarietà. Era un principio che ispirava la sua azione come governatore della Lombardia. Valorizzare le iniziative spontanee della società e dei corpi intermedi. È una parola che non si sente più: è diventata patrimonio comune oppure è semplicemente disattesa?

«Si è tornati indietro! È stata dimenticata. Eppure è uno dei valori che distinguono il centro. Prima dello Stato vengono la famiglia e la comunità. Compito dello Stato è garantire piena libertà di espressione a queste forze, far sì che possano fare la loro parte. Lo Stato non può imporre la sua visione. Ad esempio, sulla scuola. L’educazione spetta alle famiglie. Mi sono battuto per la possibilità di scegliere le scuole paritarie e ho introdotto il buono scuola: senza un aiuto economico non c’è vera possibilità di scelta».

La sanità lombarda è in crisi. Sente una qualche responsabilità? L’accusano di avere favorito il privato a discapito del pubblico.

«Non mi riconosco più nella sanità lombarda. Mancano i medici del territorio e di famiglia. Chi è venuto dopo di me ha stravolto la mia impostazione. Io mantenevo la sanità lombarda in parità di bilancio, la mia riforma permetteva ai poveri di curarsi in ospedali di eccellenza privati. Facevamo degli accreditamenti oculati, facendo in modo che i privati non avessero dei sovraprofitti, obbligandoli anche ad inserire i pronto soccorso. Avevamo messo dei paletti precisi. La sanità sul territorio è stata distrutta, ora i cittadini intasano i pronto soccorso e vanno dagli specialisti. Il Covid ha mostrato tutte le mancanze della riforma Maroni».

L’esperienza del carcere e la sua vicenda giudiziaria cosa le hanno lasciato?

«L’amarezza di una condanna subita ingiustamente, «senza colpa e senza prove», come ha detto il più grande avvocato penalista italiano, Franco Coppi, che mi ha assistito in Cassazione. Condannato perché alcune delibere, secondo i giudici, favorirono i privati. Non è vero. E comunque quelle delibere erano votate anche dagli assessori, che non hanno mai avuto contestazioni. Perché solo io? Si è voluto colpire quello che si diceva sarebbe stato il successore di Berlusconi. Figurarsi! Io sapevo bene che Berlusconi non avrebbe voluto nessun successore».

Domani sarà a Brescia, città che conosce bene.

«Vengo volentieri a Brescia, territorio che ho sempre apprezzato per la laboriosità, l’industria, la capacità di innovazione. I bresciani sono gente impegnata, intelligente, generosa».

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