La grande riforma sul premierato può attendere ancora

Fra due anni, in questo periodo, potrebbe inaugurarsi la prossima legislatura del Parlamento italiano. In realtà si dovrebbe votare fra settembre e ottobre del 2027, ma il ricordo di una campagna elettorale estiva spingerà la maggioranza ad attuare un piccolo anticipo tecnico della consultazione.
Si potrebbe votare a fine giugno (nel 1983 si arrivò fino al 26 giugno per andare alle urne, quindi è possibile e naturale, oltre che perfettamente lecito, spingersi così avanti); le Camere andrebbero sciolte dunque a metà-fine aprile. Se consideriamo inoltre che adesso il Parlamento è in ferie, si può dire (compresa la pausa estiva del 2026) che i mesi effettivi di legislatura da qui allo scioglimento saranno circa diciotto. Non pochi per l’attività ordinaria, ma pochissimi per la riforma costituzionale del premierato che per la Meloni è il provvedimento più importante della legislatura (e forse della sua carriera: promuovere una revisione costituzionale che interessa l’Esecutivo sarebbe un fatto storico, se andasse in porto).
Il problema è che il premierato non è una di quelle riforme costituzionali che piacciono a tutti: in Parlamento non si raggiungerà il quorum che ne consentirebbe l’entrata in vigore senza passare per un inevitabile referendum popolare; quindi, il pericolo che l’attuale presidente del Consiglio faccia la fine del Renzi 2016 non è affatto scongiurato. Tanto peggio sarebbe se il referendum costituzionale (non abrogativo: qui i sì sono per approvare il testo, i no per respingerlo) si svolgesse a ridosso delle elezioni politiche, perché la tentazione di dare una spallata alla Meloni mobiliterebbe i partiti dell’opposizione e forse anche qualche abituale astensionista (più qualche deluso del centrodestra, si suppone).
Un rischio troppo grande per essere corso: la sconfitta al referendum nella primavera 2027 porterebbe quasi inevitabilmente all’effetto valanga sulle politiche (non dimentichiamo poi che persino nel 2022 la destra vinse pur avendo meno voti del complesso delle opposizioni, che erano provvidenzialmente divise, per fortuna della Meloni). È anche per questo che la riforma che in un primo momento si pensava che avrebbe introdotto una forma di presidenzialismo all’italiana e poi un premierato altrettanto «nostrano» (non proprio modello Westminster) arranca parecchio, in Parlamento.
L’intenzione che traspare è di arrivare all’approvazione finale a ridosso della fine della legislatura, per far svolgere il referendum a fine 2027 o inizio 2028: in quel tempo, la Meloni avrà rivinto da poco le elezioni e non avrà da temere per un’eventuale - ma non scontata - bocciatura referendaria oppure le avrà perdute e non avrà ugualmente alcun problema. A inizio legislatura ognuno dei tre partiti della destra di governo aveva la sua riforma-bandiera: oltre al premierato di FdI e all’autonomia differenziata leghista (anch’essa un po’ arenata dopo i pesanti rilievi della Corte costituzionale) c’era la separazione delle carriere dei giudici, cara a Forza Italia.
Per ironia della sorte, è più prossimo a realizzarsi il progetto di quello che nel 2022 era il terzo partito della coalizione (oggi gli azzurri sono al secondo posto, davanti alla Lega) mentre gli altri attendono. Ma se il Carroccio si è trovato di fronte a ostacoli che non aveva - forse incautamente - previsto, il premierato della Meloni viaggia lento perché così conviene.
Non solo: la riforma oggi non serve, in quanto la leader di Fratelli d’Italia ha già realizzato nei fatti il governo di legislatura; le servirebbe però una nuova legge elettorale per la quale, tuttavia, è opportuno cercare intese più ampie, forse anche con centristi e Pd. Ecco perché soprattutto negli ultimi mesi di legislatura, fra fine 2026 e inizio 2027, si entrerà nel vivo di una doppia partita, su riforma costituzionale del premierato e cambiamento del sistema elettorale
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