L’Ucraina è stata recentemente scossa dall’ennesimo rimpasto di governo. Si è trattato dell’ennesima ristrutturazione dei compiti e degli assetti di potere nell’entourage del Presidente Zelensky, che fin dalla legittima sospensione delle elezioni a causa della legge marziale promuove i propri seguaci e neutralizza i rivali proprio tramite tali rimpasti. Essi però, sebbene rimossi da posizioni di rilevanza, non solo restano in libertà, ma possono, quantomeno in prospettiva, sfidare Zelensky (Valerij Zalužnyj, capace capo delle forze armate licenziato dal presidente per aver criticato il suo fallimentare piano di controffensiva del 2023, ha annunciato che lo sfiderà alle prossime presidenziali, per le quali non vi è ancora una data).
Senza politica
A Mosca invece, per citare il poeta russo Fëdor Tjutcev, regna un perenne «inverno di ferro». Da ormai tredici anni la politica propriamente detta è svanita in Russia. Essa riemerse con potenza dopo le elezioni parlamentari del 2011, quando i brogli a favore del partito di Putin, Russia Unita, furono talmente eclatanti da causare un imponente movimento di protesta che durò fino al 2013. Ad esso parteciparono anche elettori ed alcuni dirigenti dei partiti della finta «opposizione» ufficiale (comunisti, socialisti, liberali e nazionalisti di estrema destra).
Tali partiti sono stati addomesticati da Putin fin dal 2000, quando essi aderirono all’obiettivo di, sostanzialmente, «Make Russia Great Again» e abdicarono alle loro vere funzioni di opposizione. I partiti di questa finta «opposizione» sposano quindi un patriottismo statalista che ha portato soprattutto quelli che dovrebbero essere di sinistra ad abdicare a qualsiasi funzione di vera opposizione sociale e invece ad abbracciare nazionalismo e tradizionalismo.
Dissenso azzerato
Putin è ormai dittatore a vita e ha modificato la costituzione per poter continuare a guidare la Russia. Ogni vero oppositore, di sinistra, centro o destra, è bollato come «agente straniero» e silenziato, costretto all’esilio o, nel caso dei più testardi, come l’ex nazionalista poi liberale Aleksei Navalny, ucciso. Ora criticare l’oscena guerra che la Russia continua a combattere in Ucraina significa «discredito delle forze armate», crimine che, se ripetuto, può portare ad una condanna a 15 anni di reclusione. E per offese meno «gravi» c’è l’accusa di «mostrare simboli estremisti».
I casi degli oppositori
Ne è caduto vittima Aleksandr Lunin, blogger e veterano, che ha denunciato apertamente la violenza sistemica a cui gli ufficiali dell’esercito russo sottopongono i loro soldati (torture, esecuzioni sommarie, assalti suicidi per liberarsi di «teste calde»).
Un veterano russo della guerra in Ucraina, Alexander Lunin, ha lanciato un messaggio durissimo contro Putin: se il presidente non affronterà le denunce sulle torture e sugli abusi contro i soldati russi, "l'esercito prima o poi rivolgerà le sue armi contro il Cremlino". pic.twitter.com/FauI3wqI7P
— Daniele Angrisani (@putino) June 25, 2026
La minaccia di due settimane massimo di reclusione era pensata per cercare di fargli capire, in stile pienamente mafioso, che se non stava zitto, le autorità erano pronte a comminargli ben altre pene detentive.
Anche Boris Nadeždin, moderato di centrodestra, che si candidò alle presidenziali del 2024 con una piattaforma anti-guerra, è caduto vittima della stessa accusa. Al tempo gli furono ovviamente contestate irregolarità fittizie e non poté partecipare.
Zwei Monate vor der Parlamentswahl in Russland gibt Boris Nadeschdin auf. Der Antikriegspolitiker, als «ausländischer Agent» gebrandmarkt und zu einer Geldstrafe verurteilt, zieht seine Kandidatur zurück. Putins Regime duldet auch moderate... https://t.co/qQWfYeUom2
— NZZ (@NZZ) July 20, 2026
Ora, in preparazione alle pilotatissime elezioni parlamentari di settembre, per impedirgli di partecipare, è stato dichiarato «agente straniero». Nadeždin però ha tentato comunque di fare campagna elettorale ed è quindi scattata l’accusa di «mostrare simboli estremisti». Perché? Aveva condiviso un link a un video dove compariva Navalny. Ma non lui di persona, solo una sua immagine. Tanto è bastato.
Quest’atto, come quello contro Lunin, è un avvertimento: non costringerci a farti del male. In Russia non esiste più la politica, ma solo l’obbedienza al potere e la corruzione per assicurarsi un tornaconto personale in un sistema profondamente ineguale, clientelare, cleptocratico e nepotistico.




