L’Ucraina ha appena fatto un ulteriore passo nel lungo processo di adesione all’Unione Europea. L’Ue ha aperto i fondamentali negoziati su democrazia, giustizia, stato di diritto e politica estera, commerciale e di sicurezza. Però, proprio mentre l’Ue chiede istituzioni più solide, l’Ucraina offre lo spettacolo opposto: un rimpasto deciso dall’alto, poco spiegato e dominato dalle rivalità personali. Le elezioni in Ucraina sono sospese dalla legge marziale. Ma dopo 4 anni di guerra l’assenza di competizione ha trasformato i rimpasti nel principale strumento con cui Zelensky rinnova il potere e neutralizza rivali.
Anche questa volta il «nuovo» governo nasce soprattutto dalla rotazione di dirigenti a lui vicini. Il premier Sergii Koretskyi porta esperienza energetica in vista dell’inverno (quando sarà necessario difendere le infrastrutture dagli attacchi di Mosca), ma non rompe il circuito dell’entourage presidenziale. E tale entourage è già stato colpito da significativi scandali di corruzione.

Per smorzarne la portata o insabbiarli, Zelens’kyj aveva tentato di silenziare le agenzie ucraine anti-corruzione ed era stato costretto al dietrofront solo da un’ampia mobilitazione della società ucraina, che era scesa in piazza anche a costo di esporsi ai bombardamenti russi. Successivamente sono continuati ad emergere scandali sulle forniture militari, sebbene nessuna accusa abbia mai riguardato il trentacinquenne Ministro della difesa Mychajlo Fedorov.
È proprio il suo licenziamento, dopo solo sei mesi dalla nomina, a rendere il rimpasto esplosivo. Fedorov aveva promosso una trasformazione dell’esercito sulla base dei suggerimenti provenienti dalle brigate che la guerra la stavano combattendo sul campo. Aveva accelerato la guerra dei droni, digitalizzato procedure e accelerato la componente tecnologica e industriale dei riusciti attacchi in profondità contro la logistica e l’industria petrolifera russa.
Non era immune da critiche, ma la vera ragione che ha portato alla sua rimozione è un’altra: ha perso la guerra di potere con il Comandante in capo delle Forze armate, Oleksandr Syrs’kyj. Fedorov accusa Syrs’kyj di avere bloccato le riforme e protetto una cultura militare fondata su gerarchia e nepotismo. Zelens’kyj ha chiesto unità tra i due, ma alla fine ha scelto il generale.
È una scelta che richiama lo scontro precedente con Valerij Zalužnyj, sostituito da Syrs’kyj nel 2024 e ora proiettato verso le future presidenziali (per le quali non c’è data). Zalužnyj ha accusato Zelens’kyj di avere compromesso la controffensiva del 2023, disperdendo uomini e munizioni su più assi di avanzata. Valutazioni d’intelligence statunitensi precedenti all’offensiva e trapelate dopo, prevedevano che essa, predisposta come ordinato da Zelens’kyj, sarebbe fallita — e così è stato.

Zalužnyj non era totalmente estraneo al piano risultato fallimentare, ma la sua concezione della guerra era diversa: concentrazione dello sforzo, autonomia militare e, dopo il fallimento, riconoscimento dello stallo e ricerca di un salto tecnologico. La sua discesa in campo, insieme alle proteste per Fedorov, mostra che la politica ucraina non è scomparsa, come in Russia, dove regna la dittatura personale di Putin. È stata però (comprensibilmente), compressa dalla guerra e al momento coinvolge più i piani alti che la società nel suo complesso.
L’apertura dei negoziati europei premia il coraggio e le riforme dell’Ucraina. Ma quelli sul tema della democrazia resteranno aperti fino alla fine proprio perché l’Europa non giudicherà soltanto le leggi, ma anche come viene esercitato il potere. Kyiv si avvicina all’Unione mentre il suo sistema politico resta stretto attorno al presidente. L’Ucraina combatte per entrare in Europa; dovrà evitare che, nel frattempo, l’Europa esca dalle sue istituzioni.




