Anche davanti ai disastrosi effetti di colate detritiche ed esondazioni dei giorni scorsi, la Valcamonica ha saputo dare dimostrazione di una forte identità. Nella rapidità della risposta, nella capacità di leggere l’accadimento come una (dolorosa) nuova normalità cui è necessario adeguarsi in fretta, nella proverbiale concretezza che, a maniche rimboccate, ha visto ognuno adoperarsi per rimediare ai danni. Senza troppi fronzoli, né timori reverenziali nel definire le priorità e chiedere, a chi deve e può tra i banchi della politica, di adoperarsi affinchè siano messi a disposizione del territorio ferito i fondi necessari.
Insegnano gli antropologi che la cultura è il principale sistema adattativo che una comunità arriva a darsi per orientare la propria vita in un dato ambiente e, all’occorrenza, adeguarsi ai cambiamenti di quest’ultimo. In altre parole, un insieme di saperi - materiali e intellettuali - da tramandare per la sopravvivenza collettiva. Qualcosa, insomma, che va dalla capacità di irregimentare un fiume alla sublime forza narrativa di un affresco, dalla summa delle competenze indispensabili per vivere e valorizzare la montagna sino alla capacità di preservare tipicità della tavola. Non è estranea, perciò, la caparbietà camuna messa in campo nella corsa contro il tempo per rimediare ai guasti del cambiamento climatico a quella identità di territorio che vede la valle per intera candidata come Capitale della Cultura per il 2029.
Unica realtà in lizza, in Lombardia (al netto del progetto a scavalco col Veneto che riguarda il lago di Garda), assieme alla vicina Cremona. Città di ricchezze artistiche e artigianali che vanno dal Torrazzo e dalla liuteria degli invidiati Stradivari alle golose delizie di mostarda e torrone. Caso vuole, anche il capoluogo padano è stato ferito dalla medesima ondata di eccezionale maltempo che ha investito la terra camuna, quasi a suggellare un comune destino. Tanto più che altrettanto energica è stata la risposta dei cugini bassaioli alle insorte difficoltà.

La vicenda evoca – anche al di là dei confini provinciali, come attesta l’intervento di Andrea Colla su Cremonaoggi – l’analogia, nella consapevolezza della differente portata degli eventi, con quanto avvenne nel 2023, anno nel quale Capitale della Cultura furono congiuntamente Bergamo e Brescia, sorelle nella sfibrante prova del Covid.
E chissà che allora, lungo il fluire delle acque di Oglio e Po, non possa nascere dalla vicenda recente che accomuna valle e pianura un nuovo gemellaggio, nel segno della capacità di rialzarsi davanti agli effetti del «climate change».
Una suggestione, forse, che avrebbe però il pregio di tramutare due potenziali avversarie in alleate nella sfida per il 2029, e renderle portatrici di un messaggio di potente attualità. Vale a dire che territori, differenti eppure accomunati dall’essere siti Unesco (per le incisioni rupestri la Valcamonica, per i saperi di liuteria Cremona), possono esprimere una nuova cultura di resilienza e adattamento alle sollecitazioni severe di un ambiente alterato dall’uomo nei decenni.



