La colata della Val Rabbia ha riportato l’emergenza. Il crollo del ponte realizzato dopo gli eventi del 2012, i danni alla Statale 42 e l’evacuazione di 57 persone richiedono interventi immediati.
Sindaco Gian Battista Pasquini, il ponte aveva dodici anni. Pensavate che il problema fosse stato risolto?
Purtroppo la Val Rabbia ha dato ancora prova della sua forza. La colata ha demolito il ponte costruito nel 2014, mentre quello pedonale più recente ha resistito. L’opera non ha retto l’enorme energia della colata. La siccità, l’aridità del terreno, il permafrost sgelato e l’acqua hanno fatto il resto. Per fortuna nessuno si è fatto male, ma abbiamo evacuato 57 persone e abbiamo un problema sulla Statale 42 invasa dai detriti e in un tratto demolita.

Il rischio è che la Valle Camonica venga divisa in due?
Sì. Stiamo già intervenendo per pulire la strada e creare una pista per raggiungere il punto in cui è crollato il muro che sostiene la Statale. Dobbiamo capire la gravità della situazione e verificare se sia possibile ripristinare almeno un passaggio a senso unico alternato. Altrimenti la valle resta divisa in due.
Come state gestendo i 57 sfollati?
A Sonico con Pro loco e Protezione civile, disponendo per loro a Garda brandine e la cena. È prevista ancora acqua e non possiamo escludere nuove colate. Domattina, se il tempo lo consentirà, saliremo con l’elicottero per verificare le instabilità. La priorità è fare rientrare le persone e costruire un progetto risolutivo.
La Val Rabbia rappresenta oggi il principale problema idrogeologico della Valle Camonica?
Credo di sì. Il bacino arriva oltre i tremila metri e in alta quota c’è moltissimo materiale. Quando parte una colata, acqua e materiale solido acquistano velocità e forza. È un punto strategico perché può dividere in due la Valle. Le opere di difesa e il bacino di espansione sono importanti, ma bisogna tenerli sempre puliti.
È questo, dunque, il nodo decisivo?
Sì. La prima ondata ha depositato materiale alzando la golena di circa 3 metri, la seconda di altri 4 ed è passata ancora sopra. Il materiale va quindi rimosso continuamente. Servono mezzi, risorse e luoghi dove portarlo, superando una burocrazia che oggi rende tutto più difficile. Se sono scesi 200, 300 o 400mila metri cubi, bisogna spostarli, anche venderli o metterli all’asta. Cercando anche di superare la burocrazia.
Il cambiamento climatico rende il futuro ancora più preoccupante?
Dovremo convivere col problema. Eventi che una volta arrivavano ogni 10 anni, ora si ripetono ogni 2-3 e con colate più violente. È accaduto nel 2020, nel ’23 e adesso. Dobbiamo aspettarci fenomeni simili più spesso. Perciò bisogna investire nella manutenzione: in quota ci sono milioni di metri cubi di materiale e quando una massa si mette in movimento, a valle ne può arrivare una quantità enorme.



