Opinioni

Rispolverare la geografia per capire il nuovo mondo

Fra Africa, America e Asia non sono poche le zone del globo letteralmente sconosciute a noi europei. Ma anche quelle che crediamo di conoscere ci traggono in inganno, come dimostrano i recenti fatti di Ceuta
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Un mappamondo
Un mappamondo

Quanto avremmo bisogno di un po’ di geografia. Di conoscenza dei territori e di mappe. Potremmo capire meglio cause ed effetti di quel che ci sta capitando. Invece, la geografia è uno strumento che abbiamo trascurato, convinti che bastassero Google e ChatGpt. E forse, se sapessimo da che parte girarli, se avessimo un orientamento, qualche punto cardinale di riferimento.

La geografia ha innanzitutto una valenza fisica. Satelliti e aerei, missili e droni possono superare ostacoli che un tempo apparivano invalicabili, ma poi si fermano lì, come dimostra lo stallo fra Usa e Iran, o fra Russia e Ucraina. Oggi l’emblema di questo concetto è lo Stretto di Hormuz, corridoio marino fino a pochi mesi fa, ed ora cappio al collo del Kuwait che sta incastonato lassù fra Iraq e Arabia Saudita.

Lo stretto strozza anche Emirati, Qatar e Bahrein. Ed è nelle mani di Oman e Iran, come sta scoprendo amaramente Trump. Conoscere quella parte di globo ci aiuterebbe a non restare troppo sorpresi quando andiamo alla pompa di benzina, o stupiti per quanto accade, e a non cadere nelle trappole delle propagande di guerra. Forse.

La geografia fisica – suolo e giacimenti del sottosuolo – non cambia, o cambia lentamente… se non, in parte, per le conseguenze della mutazione climatica. La geografia politica, invece, registra, come un sismografo sensibilissimo, tutte le variazioni in atto. E sono molte, fra confini contesi, annessioni forzate, rivendicazioni territoriali. Chi si occupa di riportare queste variazioni su cartine, mappamondi o su supporti digitali, sta letteralmente impazzendo.

Anche nomi e colori contano: Golfo del Messico o Golfo d’America? E Taiwan? C’è chi ha deciso di segnare a tinte neutre le zone di maggior crisi. Non sono poche, e alcune, fra Africa, America e Asia, a noi europei sono letteralmente sconosciute. Ma anche quelle che crediamo di conoscere ci traggono in inganno, come dimostrano i recenti fatti di Ceuta, con i rapporti fra Marocco, Algeria, Spagna, Israele, e porzioni torride di Sahara, che difficilmente riusciamo a comprendere.

Navi cargo nello stretto di Hormuz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Navi cargo nello stretto di Hormuz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Su questi versanti la geografia si intreccia con la storia, la cultura, la religione e talvolta persino con la psicologia. Sono movimenti carsici che vanno oltre i confini, tanto cari ai nazionalisti. Fino a pochi anni fa si facevano sottili distinzioni fra Vicino Oriente e Medio Oriente, tenendo ferme le linee tracciate, ai tempi della Grande Guerra, da Gran Bretagna e Francia, dai mitici Sykes e Picot.

Oggi quei riferimenti sono sbiaditi e si sovrappongono altri patti: quelli di Abramo, che coinvolgono un’area che va dal Kazakistan al Marocco, Sudan compreso; quelli fra i sunniti che vanno dalla Turchia alla Mecca. E si parla di Asia Occidentale. Solo con una cartina fra le mani queste formule si possono «mettere a terra», come va di moda dire. Dalle macroaree subcontinentali alle microaree conflittuali: il sud del Libano, l’ancora indecifrabile Siria, Israele e la martoriata Palestina.

Un po’ di questa geografia è rimasta innestata nel nostro dna. Così ci pare che Ceuta sia più vicina a noi di Kiev, anche se le distanze, via terra, sono praticamente simili, poco più di duemila chilometri, e la prima sia indiscutibilmente Africa mentre l’altra è da sempre Europa. Gaza e Hortmuz ci sembrano a ugual distanza, mentre il golfo è lontano il triplo.

Potremmo parlare di permanenza della storia sui territori. Con riemersioni carsiche. Da almeno vent’anni la Turchia ha messo in secondo piano le aspirazioni europeiste per riabbracciare lo spirito Ottomano. Così pretende di allungare la sua influenza dai Balcani alla Mesopotamia, e di dire la sua in Libia e fino al Mar Arabico.

Ma anche nel cuore dell’Europa ogni tanto rispuntano insospettati legami, come quelli asburgici fra Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Slovenia, Croazia, Transilvania… quel che appare strano è che questo sogno trova le maggiori resistenze proprio in Austria. Sono pulsioni che incontrano ragioni e prospettive appena si allarga una cartina e si seguono fiumi, alture e vallate.

Anche in tempi di GoogleMaps. Ci si chiede addirittura quanto pesi la geografia digitale in questo quadro, osservando come missili e droni, che ogni notte infiammano i cieli di Ucraina e Russia, siano orientati sui luoghi più facili da geolocalizzare, come i centri commerciali, i centri intermodali, le reti dei servizi.

Quanto ci servirebbe, infine, un po’ di geografia per comprendere quel che sta accadendo in questa estate torrida e infuocata. Il clima è uno degli assi portanti delle conoscenze geografiche. E i cambiamenti climatici stanno disegnando nuove geografie: ghiacciai e riserve idriche, flora e fauna, colture e deserti, mari e vie di passaggio. Chi controlla i territori mutati? La geografia ci insegnerebbe almeno che la Terra non è piatta, è rotonda, tutto è collegato e tutto torna.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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