Il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump riaccende la guerra in Iran e, per effetto, la crisi nello Stretto di Hormuz incendia i mercati. Negli ultimi vent’anni se avessimo avuto bisogno di un carico di ferro così come di un paio di scarpe bastava poco per procurarsela, anche se quella materia prima o quel manufatto si trovava dall’altra parte del mondo. Ora, invece, questa consuetudine non vale più. «ll blocco di Hormuz per certi versi ha fatto riscoprire a tutto il mondo delle banalità – conviene il professor Alessandro Giraudo, docente di Geopolitica delle materie prime e gestione dei rischi all’Inseec School of business and economics di Parigi –: è interessante osservare il rapido cambiamento delle condizioni commerciali che si sono rilevate recentemente, soprattutto con la guerra tra Usa e Iran».

Tutte le grandi campagne militari della storia, da quelle dell’Impero Romano fino alle espansioni del mondo islamico, sono state guidate dalla brama di accaparrarsi minerali strategici e terre fertili. Usa e Israele a cosa puntano?
«Con la guerra Russia-Ucraina e poi con quella Usa-Iran, i flussi delle merci sono cambiati e la certezza di poter disporre in qualsiasi momento qualsiasi tipo di merce è messa fortemente in dubbio – concorda l’economista di origini piemontesi e studente di Carlo Maria Cipolla –. Fra dazi, embarghi e conflitti i flussi non sono più regolari e le imprese incontrano delle difficoltà nelle catene di approvvigionamento che non si vedevano più dall’embargo sul petrolio del 1973. Inoltre, il mondo ha scoperto che proprio nel Golfo Persico non si estraggono solamente degli idrocarburi, ma sono fabbricati molti altri prodotti fra cui i concimi (l’85% di quelli azotati sono prodotti con il gas), le plastiche, vari minerali sono trasformati in metalli con l’impiego dell’energia che nella regione costa poco (è il caso dell’alluminio ed anche del ferro), dell’elio (essenziale per raffreddare i macchinari che usano la risonanza magnetica)».
Insomma, anche se ci sono città piene di contraddizioni come Dubai, in quell’angolo del mondo non ci sono solo sabbia, palme e cammelli ...
«Tutt’altro. Ci siamo anche resi conto che vari grandi "data centers” sono proprio localizzati nel Golfo Persico per approfittare dei costi dell’energia competitivi e della disponibilità dell’acqua, tutta estratta dal mare e desalinizzata con l’energia. E poi scopriamo che tutte queste popolazioni dispongono di molta acqua potabile che, ancora una volta, proviene dal mare ed è trasformata in acqua potabile grazie ad enormi dissalatori che sono essenziali nella regione».
Trump cosa vuole dall’Iran?
«Dietro un paravento ideologico-politico c’è una guerra, ancora una volta per alcune materie prime che in sintesi rappresentano un quinto del consumo mondiale degli idrocarburi, per adesso una linfa essenziale per lo sviluppo. E tutte le guerre del passato possono essere collegate alla volontà di possedere e di controllare i flussi delle materie prime. Nel passato si combattevano conflitti per il sale, le spezie, i cerali e alcuni metalli. In sintesi: oro, incesso e mirra, oltre all’acqua e ai cereali. Oggi, la lista è molto più lunga, ma la natura è la stessa: ancora una volta l’oro, l’argento (che finisce anche nei missili), vari metalli di base, quelli strategici (che fanno funzionare i nostri telefonini, le auto, le comunicazioni e varie produzioni industriali), i cereali (basta vedere cosa è successo con lo scoppio della guerra nei paraggi del Mar Nero), ed ancora una volta l’acqua ...»
Ancor oggi, su scala globale, il 90% delle merci è trasportata su acqua, oltre allo stretto di Hormuz quali sono gli altri «choke point» che regolano il commercio mondiale? E quali effetti può avere il blocco di Hormuz sul «traffico» marittimo e sull’economia reale nel medio lungo periodo?
«Mi ripeto: dimentichiamo sempre l’acqua come materia prima essenziale. Tutta l’umanità, tutti gli animali, numerosi grandi settori industriali e varie miniere dipendono dall’acqua. E cito un paio di esempi: per "lavare" una tonnellata di carbone sono necessari fra due ed otto metri cubi di acqua e per fare funzionare il canale di Panama una nave ha bisogno di duecento milioni di litri (ripeto 200 milioni di litri) di acqua dolce per riempire le chiuse che non possono funzionare con acqua salata perché rovinerebbe i meccanismi. E quest’acqua proviene dal lago di Gatun (al nord del canale) e defluisce verso uno dei due oceani. E Panama (5% del traffico mondiale) fa parte dei cinque grandi "chocke points", cioè colli di bottiglia del traffico marittimo internazionale».

Gli altri quattro quali sono?
«Gli altri quattro sono rappresentati da Hormuz (20% del petrolio), da Malacca (24% del commercio), canale di Suez (12%) e Babel-Mandeb (Gibuti, 12%). E non bisogna dimenticare gli altri colli di bottiglia come Bosforo e Dardanelli (13%), Gibilterra (15%). Recentemente, si è formata una coda di navi che volevano transitare per Panama, sapendo che può passare solo una quarantina di Panamax (navi abilitate ad attraversare il canale) al giorno e le Autorità del canale hanno introdotto delle aste per ottenere la priorità: il prezzo è salito fino a 4 milioni di dollari per un solo transito».
A breve è in uscita per i tipi de Il Mulino il suo libro dal titolo «Quando i coccodrilli nuotavano nell’Artico». Di fronte all’attuale scenario economico potrebbero aprirsi nuove rotte per il commercio mondiale? Gli obiettivi dichiarati del presidente Donald Trump in Groenlandia pare non siano sono battute provocatorie
«La velocità a cui si scalda l’Artico è 3,8 volte superiore a quella della media mondiale. Quindi avremo alcune importanti conseguenze. La rotta del Nord (senza rompighiacci) potrebbe ridurre di metà il viaggio fra il Pacifico asiatico e l’Europa. Un porta container cinese nel mese di ottobre scorso ha impiegato venti giorni in un viaggio fra Shanghai ed il mar del Nord invece di 40 giorni, transitando per Suez, che è la rotta tradizionale. La regione artica è molto ricca di idrocarburi (il 30% delle riserve di gas sono localizzate in quell’area, per esempio) perché 60 milioni di anni fa i coccodrilli sguazzavano nell’artico, dove c’era una foresta lussureggiante. Inoltre, la regione artica, che è formata da vari zoccoli geologici molto vecchi, contiene numerosi metalli di ogni tipo».
E anche in questo caso, le grandi potenze mondiali non cercano solo gloria.
«Il mondo militare è fortemente interessato dall’Artico: è la “rotta più corta per l‘Apocalisse”. In altri termini tutti i missili intercontinentali fra l’Est e l’Ovest transitano per il polo Nord e questo spiega il pullulare di sottomarino atomici carichi di missili balistici. Ma ritorniamo alla rotta del nord: questo significherà una riduzione dei noli, dei costi di assicurazione, dei costi di finanziamento delle merci con una disponibilità delle stesse ridotta di un terzo se non della metà».

Oltre a gas e petrolio, le guerre commerciali si combattono per accaparrarsi titanio, litio e terre rare: qual è (e quale sarà) la materia prima più preziosa per il futuro della nostra industria?
«Vorrei fare una battuta: l’acqua! Solo il 3% di tutta l’acqua che esiste sulla terra è potabile ed è essenziale per la nostra vita! Possiamo rinunciare al telefonino, magari all’auto elettrica ed ad altri beni che consumano dei metalli strategici; ma non possiamo fare a meno dell’acqua. Ed in cinquemila anni di storia ci sono state almeno 1.900 guerre per il controllo dell’acqua».
Per produrre microchip e batterie, però, serve altro ...
«Evidentemente, comunque, dalla Seconda guerra Mondiale in avanti, l’evoluzione della tecnologia ha fatto dei passi da gigante e la domanda di metalli speciali è esplosa. Basta citare il titanio (un quarto di ogni aero è fatto di titanio (più resistente e più leggero del ferro), il germanio (senza questo metallo tutti gli schermi sarebbero neri) e non bisogna dimenticare il neodimio ed il praseodimio (turbine potenti ed energie eolica), il gallio (fibre ottiche e pannelli solari), platinoidi (tutta le petrolchimica e l’elettronica industriale), il litio (essenziale per le batterie dele auto)».

Nell’ultimo libro scritto per Add Editore («Materie prime, guerre e dazi. Dalla Mesopotamia a Marte») lei dimostra ancora una volta che le materie prime hanno contrassegnato gli ultimi cinque mila anni di storia e, inevitabilmente, le scelte militari di ogni giorno. Oggi registriamo da parte delle superpotenze globali una corsa agli armamenti e alla ricerca di nuove frontiere: qui nasce la suggestione di Marte. Lei crede che sia un traguardo raggiungibile e che possa davvero restituire «ricchezza» a chi ci arriverà?
«Sarà possibile andare su Marte, anche se ci sono dei problemi tecnici difficili da risolvere. Ma il problema fondamentale è quello di essere certi che 4-6 esseri umani potranno convivere senza conflitti per tre anni, il tempo necessario per andare sul pianeta (sei mesi), lavorarvi, attendere il momento ideale del viaggio di ritorno e poi ancora altri sei mesi. Di fatto, il progetto "andare su Marte" è la soluzione più elegante e romantica per realizzare enormi investimenti militari e tecnologici per deviare colossali montagne di denaro pubblico (ed anche privato, eventualmente) verso questo settore. Il progetto Marre è forse dieci volte più grande del progetto "Luna" con una serie di ricadute economiche e strutturali inimmaginabili. Basta ricordare i prodotti che sono frutto del progetto-Luna: il tefal, le coperte termiche di emergenza usate nei primi soccorsi, le scarpe sportive moderne con ammortizzatore, utensili senza filo a batteria, i purificatori avanzati dell’acqua, la telemedicina e la risonanza magnetica. È possibile immaginare di trovare dei metalli "importanti" su Marte, ma il costo di estrazione e di trasporto sulla terra sono proibitivi. Quindi c’è l’aspetto politico e strategico della conquista di Marte: esattamente come la corsa alla Luna fra americani e sovietici». La storia si ripete. Sempre.




