Il conflitto in Ucraina e quello contro l’Iran definiscono nuovi parametri, scardinando, per ragioni diverse, larga parte delle convinzioni belliche consolidatesi negli ultimi decenni. L’arte della guerra, che definiamo così non per nobilitarla ma in ossequio al celebre trattato di strategia del generale Sun Tzu, vissuto in Cina fra il VI e il V secolo a.C., ha subito nei secoli decine di trasformazioni, sempre basate però sul confronto tra la corazza e la spada (appesantendo la spada frantumerò una corazza più robusta; se per contrasto appesantirò la corazza il soldato faticherà sempre più a muoversi).
Due sono le indicazioni che stanno costringendo a rivedere con impellenza non pochi presupposti strategici e assetti degli strumenti militari. La prima viene dall’Iran, che per propria ultra decennale pianificazione, ha messo in pratica il concetto di «Unrestricted warfare» (condotta di guerra senza limiti) espresso in un trattato del 1999 da due colonnelli cinesi (Quai Liang e Wang Xiangsui): in tempi di interdipendenza economica globale, per vincere non è più indispensabile sconfiggere l’esercito avversario, bisogna trasformare in arma ogni ganglio del rivale, economico, politico-elettorale, tecnologico e sociale. Più del controllo dello spazio fisico importa condizionare le scelte nemiche rendendo in chiave di mercato mondiale le operazioni economicamente ed energeticamente insostenibili.
Non potendo sovrastare militarmente gli Stati Uniti, Teheran utilizza come arma la chiusura dello stretto di Hormuz con la semplice minaccia di colpire qualunque nave e tiene più teatri in stato di perenne conflittualità grazie a Hezbollah in Libano, Houthi nello Yemen e Forze di mobilitazione popolare in Iraq.
Al tempo stesso ha reagito al poderoso attacco aereo (5.000 obiettivi colpiti da Usa e Israele in due settimane, a cui aggiungere quelli nella Guerra dei 12 giorni del giugno ‘25) con tantissimi lanci di missili balistici (1.200) e droni (2.200) nello stesso lasso di tempo, saturando le difese aeree. La maggior parte dei vettori è stata abbattuta, ma decine hanno raggiunto bersagli in Kuwait, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Qatar e Giordania, distruggendo (grazie all’assistenza satellitare cinese e russa) ben 4 su 5 dei sofisticati radar americani AN/TPY 2 dell’area, che guidano i lanci degli intercettori Thaad (Terminal high altitude aero defense), oltre alla sede della Cia a Riad, l’hangar degli aerei spia U2 a Cipro e persino un drone da ricognizione italiano MQ9 Rapier.
In seguito i lanci iraniani sono diminuiti del 90%, sia per la reazione Usa, sia, più probabilmente, per la volontà di mantenere a lungo l’attrito, aumentando il senso di frustrazione della Casa Bianca (come sempre deficitaria in tema di exit strategy). Nelle prime 96 ore gli Usa han lanciato 946 missili Patriot (ne è servito spesso più di uno per volta), pari a 18 mesi di lavoro di Lockheed Martin e Boeing che ne producono 620 all’anno. Usa e Paesi arabi si sono trovati impreparati specie contro i droni, per abbattere i quali missili da milioni di dollari sono sovradimensionati, tanto da dover ricorrere alla consulenza ucraina.
E dall’Ucraina giunge la seconda «lezione»: gli onnipresenti droni hanno cancellato la configurazione lineare del fronte, in cui gli eserciti si contrappongono. La «killing zone» (zona di uccisione) è passata dai tradizionali due km tra le trincee a oltre trenta: uno spazio sempre osservato con movimenti anche minimi rilevati e tracciati, che ha annullato la differenza tra fronte e retrovia. Sistemi robotici terrestri vengono utilizzati sempre più per portare rifornimenti ed evacuare feriti (rendendo però sempre più a rischio l’ «ora d’oro», entro cui soccorrere un ferito per sperare che sopravviva).
Una scelta strategica, quella ucraina, non applicabile tout court a qualunque conflitto, divenuta obbligata per inferiorità numerica, scarsità di munizioni tradizionali e necessità di rapidi adattamenti del fronte. La robotizzazione richiede però sempre più un controllo umano, dalla raccolta del dato all’effetto operativo: per l’Occidente, ancora ancorato alla condotta della guerra come «sistema di sistemi» sofisticati ma classici a cui associare una logistica «just in time» è necessaria, in tempi sempre più rapidi, una riconfigurazione complessiva delle relazioni tra umani, sensori/piattaforme, organizzazioni militari e processi decisionali.
Processo sicuramente costoso, forse più dal punto vista concettuale che economico. Come, del resto, sta dimostrando la guerra nel Golfo. L’Europa è chiamata a sviluppare produzione industriale, sistemi autonomi, protezione cibernetica e processi di responsabilità nell’uso della forza. Si auspica che lo faccia il più congiuntamente possibile.




