Lo stesso giorno in cui Donald Trump accusava i cinesi di sporchi maneggi sulle elezioni americane (almeno su quelle che Trump ha perso e può perdere), a Shanghai il presidente cinese Xi Jinping apriva la Waic, la Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale, che mira a creare la Waico, l’Organizzazione per la cooperazione sull’IA. L’evidente squilibrio fra le due posizioni dimostra la clamorosa distanza fra chi punta sull’imprevedibilità delle sue mosse e chi ha una visione strategica di lungo periodo. Duplice distanza: la prima di stile dei leader, la seconda sul nuovo bipolarismo globale instaurato.
Trump ha al centro dell’attenzione i propri interessi. Alla lettera, in senso finanziario ed economico, visti gli astronomici guadagni personali che fa speculando sulle sue stesse manovre. E senza ritegno: ha addirittura proposto agli operatori di Wall Street un abbonamento mensile per sapere in anteprima i post che pubblicherà sul suo social Truth. In perfetta continuità vengono - o stanno davanti, se preferite - gli interessi politici. Tutto si misura in soldi e potere. Su questo orizzonte ha stabilito i suoi rapporti di sostegno-sudditanza con i Signori delle Company Big Tech. Secondo il nuovo stile della Casa Bianca, gli altri devono accodarsi.
Così è stata lanciata la «Pax Silica», una sorta di coalizione che qualcuno ha già battezzato «Nato delle tecnologie», sancita fra Usa e partner strategici, come Unione Europea, Regno Unito, Giappone e Australia, incentrata sul controllo delle tecnologie avanzate e dei semiconduttori.
Oggi a Washington nasce una nuova coalizione a guida statunitense: la Pax Silica. Donald #Trump ha preso atto che gli #StatiUniti non possono fare tutto da soli, soprattutto se in ballo c’è il controllo delle terre rare (semi-monopolio cinese) e la corsa per l’#IA. A sottolineare… pic.twitter.com/PAoLe1RGXF
— ISPI (@ispionline) December 12, 2025
A fine giugno, a New York, è stato firmato un accordo congiunto su terre rare, minerali critici e opportunità legate all’IA, considerato propedeutico all’intesa generale, e al quale hanno aderito 35 Paesi. Il meccanismo è comunque quello dell’America first, gli altri a contorno. È incentrato su sistemi chiusi e blindati, che mirano a prendersi tutto il mercato. Chi compera lo fa a costi elevati e senza poter modificare nulla. I Signori dell’IA guadagnano due volte: fatturano a caro prezzo i servizi e usano i dati delle aziende per migliorare se stessi.
La Cina, intanto
Dall’altra parte del mondo, intanto, la Cina sta tessendo la sua tela ponendosi in maniera diametralmente opposta. Con la forza dei suoi numeri: con un miliardo e quattrocento milioni di cittadini sempre connessi è diventata il più grande laboratorio mondiale di applicazione dell’intelligenza artificiale. Con rapidità sorprendente sta costruendo un universo industriale completo: dai semiconduttori ai modelli linguistici, dal cloud computing alla robotica. Si prevede che solo in un anno metterà al lavoro oltre centomila robot umanoidi, per far fronte al calo demografico.
Ma soprattutto, la Cina non ha consentito che venissero promossi modelli chiusi, ha preteso che la tecnologia restasse aperta e rilascia sistemi «open», che ogni acquirente può adeguare alle proprie esigenze. Alla conferenza di Shanghai, Xi Jinping ha invitato a costruire un ordine globale dell’AI «più aperto e inclusivo». E ha annunciato iniziative di formazione rivolte agli Stati dell’Unione africana, della Lega araba, dei Brics e dell’America latina. Non lo fa perché più liberale e generoso degli Usa, ma perché punta ad accrescere la sua influenza globale attraverso l’intelligenza artificiale, fissando regole e standard internazionali che alla fine dipendano da Pechino. Ad una «Pax Silica» capitanata dagli Usa, con lo stile prepotente di Trump, la Cina, con la sua postura cortesemente misteriosa, contrappone la sua «Waico», che predica cooperazione e coinvolgimento, ma senza mai mettere in discussione la propria leadership. Finora ha trovato 29 Stati che ci stanno.
Di fatto si è sancita una nuova «Guerra fredda» fra due contrapposti modelli, anche geopolitici. E l’Europa che fa?
Gli Usa «pretendono» la sua adesione alla «Pax Silica», ma Stato per Stato e non come Unione Europea. Suscitando così ancor più resistenze e perplessità. La Cina si muove sottotraccia, ma non meno aggressiva. Molti in Europa pensano che il modello americano, proprio perché blindato e chiuso, sia perdente, e comunque non vantaggioso per le imprese europee. Quindi l’Europa dovrebbe sganciarsi dall’America. E non può ignorare la Cina, se non altro, per ragioni di mercato e concorrenza. L’Ue dovrebbe lavorare per un sistema «aperto», in un contesto non bipolare. Ma poi ognuno cerca una propria strada.
Emblematiche sono le mosse dell’Italia. A fine giugno ha mandato l’ex ambasciatore Armando Varricchio a New York a firmare l’Accordo congiunto sulle opportunità dell’intelligenza artificiale, ma per ora non ha firmato l’adesione alla «Pax Silica». Intanto ha anche inviato Mario Nobile, direttore generale dell’Agid, l’Agenzia per l’Italia digitale, a Shanghai, alla Conferenza mondiale promossa dalla Cina. Meglio esserci, non si sa mai. Prudenza e cautela, per non perdere l’amico Trump e non avere nemici cinesi. Ma prima o poi dovrà decidere: l’Italia non è il Kazakistan, che in una botta d’entusiasmo ha aderito a tutti e due i trattati.




