Il peccato originale di Meloni nel referendum sulla giustizia

La sua maggioranza lo ha trasformato in un plebiscito, di conseguenza ad essere bocciat sono stati il Governo e la sua maggioranza
Giorgia Meloni durante la campagna per il referendum - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni durante la campagna per il referendum - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Sulla sconfitta del governo Meloni e del centrodestra in occasione del referendum sulla giustizia già si è scritto praticamente tutto. Alcune chiose tuttavia non guastano, soprattutto per quel che attiene al profilo di coloro che hanno subito uno smacco tanto sonoro quanto inatteso. Il dato più eclatante riguarda in prima persona Giorgia Meloni, la principale indiziata della disfatta.

A maggior ragione avendo contribuito in modo determinante a radicalizzare lo scontro, dopo un approccio sulle prime abbastanza morbido, la Presidente del Consiglio avrebbe dovuto coerentemente dimettersi in un sussulto di dignità. Meloni peraltro nel corso della battaglia parlamentare, riproducendo quanto da più parti imputato a Renzi nell’occasione del referendum costituzionale del 2016, ha portato il suo governo ad assumere una posizione da assoluto protagonista, violando una legge non certamente scritta, ma moralmente impegnativa, vale a dire che nel caso di riforme costituzionali, all’Esecutivo compete una posizione defilata, essendo tale materia di preminente, diretta competenza parlamentare.

Senza contare che la sua maggioranza ha di fatto trasformato il referendum in un plebiscito, chiedendo – un ruolo di norma assunto dall’opposizione – che fosse il popolo dei cittadini ad esprimersi nella convinzione di poter vincere a mani basse. In sostanza il plebiscito ha spostato il quesito dal merito proposto – nel caso la riforma di ben sette articoli della Costituzione – sul soggetto che ha chiamato alle urne.

Da ciò deriva una conseguenza, logica oltre che di grande rilievo politico, e cioè che ad essere bocciati sono stati il Governo e la sua maggioranza. Un dato di non poco conto solo a considerare la predicazione martellante e persino ossessiva di Giorgia Meloni quanto al suo rapporto col popolo, la sua visione populistica che pone la sorella d’Italia in diretta connessione col popolo, col suo sentiment, di cui si elegge a veritiera interprete, al di là e oltre ogni mediazione: il popolo sia come demos e gente comune, sia come entità etnonazionale - gli italiani - nel segno della ripresa di una tradizione che non le è certamente estranea.

Ebbene i cittadini si sono espressi, ma senza che Giorgia Meloni abbia ritenuto di trarre le debite somme. Stesso discorso vale per Carlo Nordio, il principale intestatario della riforma, l’artefice di una campagna a dir poco dissennata, non esente da clamorose gaffes, tali da portare allo scoperto l’intento di aprire uno scontro per regolare i conti con la magistratura, con quella magistratura con la quale oggi è evidentemente inabilitato, addirittura delegittimato, ad aprire un dialogo comunque necessario.

Senza contare che le tardive dimissioni imposte dalla Meloni a Delmastro e Bartolozzi – se il sì avesse vinto sarebbero stati mantenuti al loro posto ?- , oltre che a un tasso di ipocrisia portano alla luce un ulteriore fattore di debolezza del ministro che se li è associati tutelandoli al di là ogni decenza istituzionale. Quale credibilità dunque assegnare ai vertici del Governo? Un problema non certamente aggirabile pure sul piano delle relazioni internazionali già minate da un atteggiamento che lo vede incapace di pronunciare parole inequivocabili sullo sbrego portato da Trump al sistema multilaterale e al diritto che lo regge.

Per non dire della crisi che ha investito Forza Italia che oggi conferma il suo profilo di partito-azienda, proprietà patrimoniale della famiglia Berlusconi. Essa non casualmente ribadisce il proprio potere decisionale sulle scelte che concernono vertici parlamentari, impianto organizzativo e linea politica. Una breve considerazione infine sulla autoproclamatasi «Sinistra per il sì», la quale con Augusto Barbera si è spinta addirittura ad accusare di continuismo con la cultura giuridica fascista quanti si opponevano alla riforma.

Chi scrive ha dato in passato un suo contributo alla stesura del Manifesto dei valori del Pd che - è bene ricordarlo – impegna il partito a «mettere fine alle riforme costituzionali a colpi di maggioranza» allo scopo di «difendere la stabilità» della nostra Carta fondamentale, «fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri». Un minimo di riflessione su queste poche righe avrebbe dovuto costituire, tra gli altri, un motivo probante per una scelta esattamente

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