La «rifondazione» azzurra di Marina Berlusconi

Marina Berlusconi sta cominciando a prendere le redini di Forza Italia. Non lo fa direttamente, perché un impegno diretto in politica non è in programma (non sembra considerato opportuno). Tuttavia, con un’esposizione debitoria superiore a 90 milioni di euro (non rinunciabile dagli eredi Berlusconi, perché sarebbe considerata un finanziamento illecito, superando i limiti di legge), il partito azzurro è, di fatto, un asset della famiglia del Cavaliere.
Come tale, Marina ha il pieno diritto di intervenire sulla struttura, sulla linea, sugli organismi di vertice. Mentre il padre contava su un partito che era sempre il più votato della coalizione (eccezione fatta per il 2018, quando fu sorpassato dalla Lega) ed esprimeva la leadership del polo senza problemi e senza obiezioni da parte degli alleati, oggi la situazione è diversa.
Roma, Stefania Craxi nuova capogruppo di Forza Italia al Senato: "Avvicendamento normale, nessuna ingerenza di Marina Berlusconi. La leadership di Tajani resta salda". Le prime parole fuori da Palazzo Madama. pic.twitter.com/GkTHTZYyYv
— LaPresse (@LaPresse_news) March 27, 2026
Gli azzurri sono il secondo partito della coalizione (hanno scavalcato la Lega, un po’ per le difficoltà del partito di Salvini, un po’ per la capacità di resilienza dimostrate da Tajani e da quel gruppo dirigente che oggi è in discussione) ma sono (insieme al piccolo «Noi moderati») l’unico soggetto politico centrista, moderato e – più o meno – liberale presente nella coalizione di governo (la quale è sostanzialmente di destra, ma può ancora definirsi di destracentro proprio grazie alla presenza di Forza Italia).
Già oggi, gli azzurri occupano uno spazio ben preciso: quello di ala moderata, centrista, mentre Fratelli d’Italia è il partito guida, la nuova «balena bianca» (bianco-nera, diciamo) dall’impronta conservatrice che riesce a bilanciare le forti radici nell’intera storia del Msi con l’acquisizione di un elettorato derivante da quello che fra il 1994 e il 2008 è stato di Berlusconi; c’è poi la Lega, all’estrema destra, lontana anni luce da Forza Italia per orientamenti di politica estera e per lo stesso carattere dei due leader (Tajani e Salvini), oggi insidiata da Futuro nazionale di Vannacci, che è probabilmente un più genuino interprete dell’estrema destra europea rispetto a un Carroccio nel quale l’ala che si rifà alle radici territoriali e alla storia passata sta forse (con calma e prudenza, attendendo la prima occasione utile) per prendere il sopravvento su quella sovranista.

Se dunque Forza Italia è oggi al di sopra dell’8,1% delle politiche (alle europee ha ottenuto il 9,6% con Noi moderati, ma anche alle regionali e alle comunali ha conquistato il secondo posto nella coalizione) perché cambiare il capogruppo al Senato (Gasparri), provare a sostituire il capogruppo alla Camera (Barelli, vicinissimo a Tajani) e mettere in una posizione di attesa (se non di rischio) lo stesso ruolo del leader del partito (che è anche ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio)?
Probabilmente Tajani non sarà toccato, perché il rapporto fra Marina Berlusconi e Giorgia Meloni va preservato: la premier non vuole assolutamente fare rimpasti che passino per una crisi; dunque, l’azzurro non può essere licenziato da capo del partito senza provocare riflessi sull’Esecutivo. Però lo si può in qualche modo «commissariare», in attesa che – per esempio – il governatore calabrese Roberto Occhiuto lo sostituisca (magari in vista delle prossime elezioni politiche, quando si stileranno le liste dei candidati seguendo verosimilmente le indicazioni della figlia del Cavaliere).
La causa scatenante degli avvicendamenti interni è stata la sconfitta referendaria: non è passato certo inosservato il modo felpato e dialogante col quale Marina Berlusconi si è pronunciata per il sì, con accenti molto più istituzionali non solo di Gasparri, ma anche della stessa Meloni. I risultati negativi, a dire il vero, hanno colpito anche quel Sud e quella Calabria (oltre al Piemonte dell’altro candidato leader Alberto Cirio) che però ha visto il no trionfare anche grazie alle astensioni e a qualche voto difforme dell’elettorato azzurro (un brutto segnale, per un partito che nel Meridione ha le sue roccaforti).
Quindi, la svolta serve a riaffermare il profilo moderato e liberale del partito (anche perché al confine con la maggioranza c’è un certo Calenda che ha pochi consensi ma potrebbe conquistarne qualcuno fra quegli elettori azzurri non determinati a confermare alle prossime politiche il proprio voto).
Abbassando i toni, ringiovanendo la classe dirigente, dando a FI una centralità nell’area moderata e un ruolo non subalterno nella coalizione di destracentro, Marina Berlusconi vuole provare a catturare anche voti di chi è più aperto ai diritti civili (i tempi del «caso Englaro» sono lontani, in tutta evidenza).
È una scommessa che può portare Forza Italia a sfondare al centro, risultando determinante per far vincere le politiche alla coalizione, però è anche un rischio, perché può far perdere voti verso FdI e Lega (di chi ama gli accenti forti) e verso Calenda (di chi non crede nel rinnovamento di un partito che ha pur sempre 32 anni). Di sicuro la manager esperta avrà commissionato sondaggi e fatto un’analisi costi-benefici, perché un passo falso rischia di condannare Forza Italia a un’irreversibile marginalità.
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