Dopo il Referendum perso per Giorgia Meloni inizia la salita

Fino a poco tempo fa la vittoria al referendum doveva rappresentare, nelle intenzioni di Giorgia Meloni, lo squillo di tromba con cui far partire il trionfale corteo che l’avrebbe condotta alle elezioni politiche del 2027, quelle che le avrebbero consegnato un secondo serto d’alloro per governare anche nella prossima legislatura. Non è andata così. Il suono della sconfitta è invece un segnale d’allarme: altro che trionfo, da qui al prossimo autunno, potrebbe trattarsi di valicare le Alpi in mezzo alla neve schivando burroni e ghiacciai.
Basta con le metafore: al centrodestra è andata male, malissimo. Soprattutto pensando all’anno prossimo. Sarà un anno duro: l’Ocse ci lima le prospettive di crescita dallo 0,7 allo 0,5 per cento, non siamo più così sicuri di uscire dalla procedura d’infrazione Ue per deficit eccessivo, i prezzi dell’energia continuano a rincarare, e l’idea di Giorgetti e Meloni di fare la prossima finanziaria, quella elettorale, colma di doni per le categorie e le corporazioni, ogni giorno che passa si allontana di più.
C’è la guerra, bisogna spendere in carri armati, altro che allargamenti del welfare, quindi c’è da poca gratitudine da aspettarsi dall’elettorato l’anno prossimo. Anche perché il medesimo elettorato ha dato un segno di insofferenza pesante: la riforma sulle carriere dei giudici è stata bocciata non per pochi voti, e nemmeno da una porzione modesta di elettorato: un sacco di gente è andata a votare e ha votato un secco no.
É vero che l’Italia è spaccata praticamente a metà, ma il centrodestra ha dovuto registrare un «tradimento» da parte di molti dei suoi e adesso le dinamiche elettorali lo danno al pari di quello scombiccherato «Campo Largo» che, per quanto senza un capo riconosciuto e un minimo di programma comune, in ogni caso mette in cassa una insperata vittoria.
La prima reazione di Meloni è stata di quelle d’impulso: fuori tutti. Fuori l’imbarazzante Del Mastro, l’ingombrante Bartolozzi, fuori la Santanchè carica di provvedimenti giudiziari. E a Forza Italia Marina Berlusconi ha fatto la stessa cosa: fuori Maurizio Gasparri, considerato ormai appartenente al passato, avanti le facce «nuove» (Stefania Craxi?). Forse tra poco anche Nordio, l’autore della riforma vomitata dagli elettori, avrà il benservito.
Già, e poi? A Meloni a questo punto manca un disegno. Le riforme che aveva programmato: premierato (per Fdi), Autonomia regionale (per la Lega), Giustizia (per Forza Italia) rimarranno tutte nel cassetto. Resta la riforma elettorale, che ormai in Italia ognuno si fa per il bisogno momentaneo, e non è escluso che sarà l’unica battaglia in cui Giorgia si impegnerà, prima con i suoi e poi con le opposizioni e il Quirinale.
Ma c’è una cosa che la premier non deve sottovalutare: all’indomani della bocciatura di una riforma giudicata, giusto o sbagliato, come una punizione delle procure, è scattata una maxi inchiesta della Procura di Roma sulle forniture militari, con perquisizioni e sequestri. Non è da escludere che anche questo elemento pesi nell’anno elettorale. Purché non sia, per Giorgia, l’annus horribilis di elisabettiana memoria.
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