Referendum, dalle urne un segnale forte che cambia gli equilibri

Il referendum costituzionale del 2026 ha rappresentato qualcosa di profondamente complesso e in parte difforme rispetto alle elezioni europee e politiche precedenti. Ci sono quattro fattori dei quali tenere conto: la struttura territoriale; la continuità e fedeltà del voto ai partiti e ai blocchi; la rimobilitazione degli astenuti (parziale, ma consistente) nel voto 2026 in confronto alle europee 2024 (che riavvicina il dato sull’affluenza al 2022); la quota di voto difforme dalle indicazioni dei partiti.
Il primo fattore è stato fondamentale per permettere al fronte del sì di riuscire ad arginare la sconfitta almeno al Nord, cioè soprattutto nelle aree governate dai leghisti. Il Veneto e la Lombardia sono regioni che – al netto delle grandi e medie città di provincia, da sempre più orientate a sinistra, dunque per il no – costituiscono i veri granai elettorali del centrodestra. A dire il vero la coalizione Meloni governa anche alcune regioni del Sud, fra le quali la Sicilia, ma governa anche al centro con il Lazio, per esempio (ma non Roma, dove prevale il centrosinistra e il no con percentuali alte nelle zone centrali e buone persino in quelle periferiche più di destra).
Quindi il sì al Nord è spiegato da una conformazione sociopolitica territoriale, ma è attenuato nelle sue dimensioni: nonostante la quota di astensionismo e di leggera defezione verso il no siano accettabili, dall’altra parte c’è stata molta più compattezza, ma soprattutto un apporto importante da parte degli elettori intermittenti, cioè di chi si era astenuto nel 2024. Questo fenomeno è amplificato al massimo al Sud: per il sì, più astensionismo e defezione verso il no; per il no, un po’ meno compattezza (per via del M5s) ma apporto maggiore dai centristi «dissenzienti» e recupero dell’affluenza (sia pure insufficiente a pareggiare il dato del Nord) il lunedì mattina.
Il 23 marzo c’è stata una notevole decelerazione dell’affluenza oraria alle urne: a livello nazionale si è passati da 2,46% a 1,61%, ma il calo dello 0,85% si è sentito più al Nord (Lombardia, Veneto, ma anche Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia) che al Centro (dove è stato in media col dato nazionale) e al Sud (dove la diminuzione del ritmo è stata quasi la metà del dato medio italiano. In altre parole, il lunedì mattina il Sud ha dato un contributo forse non decisivo per l’esito, ma sicuramente molto parzialmente – ma significativamente – riequilibratore dei divari territoriali, favorendo una maggiore ampiezza della vittoria del no. Quindi la struttura territoriale ha tenuto faticosamente al Nord per il centrodestra ma ha slittato fortemente verso il no al Sud, anche in regioni come la Calabria e la Sicilia.
Il secondo fattore è stato costituito dalla fedeltà degli elettori dei partiti dei due blocchi. Il fronte del sì poteva contare, stando ai dati del 2022-2024, fra i 15,4 e i 12,7 milioni di voti; quello del no, fra i 10 e gli 11,2. Il risultato ha visto il no prevalere con 14,461 milioni contro 12,448 milioni di sì. Le defezioni sul fronte del no non sono state molte, ma superiori in percentuale (dal Po in giù, soprattutto) rispetto al fronte del sì; il no aveva il punto debole del M5s al Sud, ma l’effetto è stato attenuato rispetto al previsto mentre il voto difforme dal fronte del sì è stato molto significativo nelle regioni meridionali.
Qui passiamo al terzo fattore, cioè al ruolo degli elettori «intermittenti»: alle politiche i votanti erano stati pari al 63,9%, alle europee al 49,7%, al referendum al 58,9%, quindi più di qualcuno è tornato alle urne. Gli astensionisti 2024 si sono divisi più a favore del no che del sì, con un interscambio che ha tolto alla coalizione pro-riforma almeno 600mila voti sul 2024 e circa 1,5 milioni sul 2022 e che ne ha dati al no fra gli 1,8 milioni sul 2022 e i 400mila sul 2024. In poche parole, il sì ha perso a causa degli astenuti rimobilitati, circa un milione di voti di scarto considerando solo il passaggio 2024-2026, ma ben 3 milioni abbondanti fra il 2022 e il 2026. E questo è un dato politico: chi si è rimobilitato lo ha fatto per dare un segnale politico, perché la campagna elettorale era stata politicizzata da entrambi i fronti: ha prevalso il giudizio negativo o almeno non positivo sul governo, che ha spostato l’ago della bilancia a causa di chi in precedenza non era andato a votare (considerando comunque che il grosso degli astensionisti è rimasto a casa: si sono mossi solo quelli intermittenti).
C’è stata poi la quantità di voto difforme rispetto alle indicazioni dei partiti, che è stata bassa in FdI (vero motore del sì) e nel Pd (nonostante la presenza di alcuni giuristi e politici schierati nel merito per la riforma, che però non hanno incontrato grandi consensi nella «base»); Forza Italia e Lega hanno avuto qualche defezione verso il no in più (minima al Nord, più forte al Sud); il M5s ha perso circa il 15% dei voti verso il sì ma ha perso meno del previsto verso l’astensione; i partiti centristi del sì hanno mostrato una tendenza del proprio elettorato a favorire la scelta del no voluta dal centrosinistra.
Dovremmo infine aggiungere un quinto fattore, che è anch’esso strutturale, ma che stavolta si è semplicemente amplificato a favore del no: nelle grandi città, fra chi ha un titolo di studio più elevato, fra gli studenti e le donne il centrosinistra di solito è più forte. Stavolta la spinta è stata più robusta: nonostante le metropoli (i capoluoghi regionali) rappresentino solo un sesto del Paese (senza dimenticare che molti capoluoghi di provincia hanno giunte comunali di centrosinistra e un elettorato politicamente ben diverso dal resto del territorio circostante) il no ha avuto più compattezza e più capacità di attrazione. Forse, senza i social e con dibattiti condotti solo da giuristi del sì e giuristi del no, sarebbe andato a votare il 20 o il 25% degli aventi diritto e – probabilmente – i favorevoli avrebbero potuto avere più possibilità di prevalere. Ma questa è stata una campagna politica e il centrodestra l’ha persa.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.
