Ci risiamo: è arrivata la «sindrome da Hantavirus». Ed è bastato poco tempo a scatenarla: a dispetto di quella che viene indicata come una contagiosità molto bassa tra esseri umani, e nonostante le rassicurazioni dell’Oms e degli specialisti – i quali sottolineano come questo virus non abbia la capacità di diffusione del Sars-CoV-2 – l’ansia corre alquanto più velocemente dei dati scientifici.
E ogni novità e news contribuisce a ingigantire l’«effetto palla di neve», che cresce via via per tramutarsi in una valanga. In questo caso si tratta dell’esito scontato dei meccanismi di funzionamento dei circuiti mediali e informativi (già produttori di infodemia), ma anche e soprattutto dell’effetto della tragica esperienza vissuta durante la pandemia di Covid-19 e la reclusione coatta di massa dei lockdown.
Il focolaio scoppiato a bordo della nave da crociera MV Hondius, al largo di Capo Verde, con il suo bilancio di decessi e ricoveri, ha scoperchiato una ferita collettiva mai veramente rimarginatasi. Ecco, allora, che le autorità sanitarie nazionali e internazionali avviano i protocolli, sulla scorta della spaventosa «lezione» che abbiamo subìto negli anni scorsi – e anche questa prontezza dovrebbe costituire un motivo di maggiore tranquillità rispetto all’impreparazione della lunga fase iniziale del Covid che ha generato i lockdown proprio perché non si sapeva bene cosa fare. E pure la ricomparsa dei virologi e degli epidemiologi sui giornali e in tv fa scattare il riflesso pavloviano dell’emergenza.
La reazione dell’opinione pubblica a questo ennesimo virus rappresenta, in tutto e per tutto, un sintomo di quello che gli psicologi definiscono «stress post-pandemico». Il famigerato coronavirus ha infatti cambiato in maniera irreversibile il nostro modo di percepire una minaccia invisibile. Se prima del 2020 un focolaio di una malattia rara in un luogo remoto sarebbe stato archiviato alla stregua di una «curiosità» di cronaca estera, oggi viene immediatamente avvertito come il debutto potenziale di un nuovo incubo di portata globale.
Hantaviruses are zoonotic viruses that naturally infect rodents and can occasionally spread to people.
— World Health Organization (WHO) (@WHO) May 8, 2026
Here’s what you need to know about #hantavirus: What they are, how they spread, the symptoms, and how to prevent infection pic.twitter.com/pduUjlwl2j
Il parallelo con il Covid-19 scatta automaticamente: ambedue colpiscono i polmoni e possono portare a una rapida insufficienza respiratoria, ed entrambi recano l’incognita del «paziente zero», con tutto il peso di questa espressione sull’immaginario collettivo. L’Hantavirus si presenta come un vero e proprio catalizzatore di ansia: meno contagioso del coronavirus, ma decisamente più letale se contratto.

La chiave degli attivatori della psicologia dell’allarme aiuta così a spiegare le ragioni per le quali un focolaio virale circoscritto va a generare un’ondata di panico tanto vasta. In primis, l’euristica della disponibilità: la scorciatoia cognitiva per la quale la nostra mente ricerca esempi immediati per affrontare un fenomeno non conosciuto e, nella fattispecie, recupera con drammatica facilità i tristi ricordi del lockdown e delle mascherine. Ogni inusitata minaccia virale viene confrontata con quel precedente, inducendo a sovrastimare il rischio della ripetizione di eventi identici.
In secondo luogo, l’incognita dell’incubazione: l’Hantavirus ha un periodo di incubazione che può arrivare a otto settimane, e questa lunga latenza offre un terreno fertile ideale per il moltiplicarsi dei sospetti e il proliferare delle ansie. In terzo luogo, la simbologia del vettore del contagio: il topo, ossia il ratto storicamente associato alle pestilenze, veicolo di paure ancestrali estremamente radicate nella mentalità collettiva.
In buona sostanza, l’Hantavirus ripropone il nodo della necessità di contenere quell’erosione della fiducia nei confronti dei sistemi esperti e delle istituzioni che abbiamo visto esplodere nella pandemia degli anni scorsi, perché nel contesto delle affaticate democrazie rappresentative occidentali di oggi la «paura del ritorno» è quasi altrettanto invalidante di un’epidemia effettiva.
La psicologia collettiva non si aggiorna con un vaccino, e continua a non (voler) recepire le problematiche delle società complesse quali strutturali società del rischio (come aveva evidenziato il sociologo tedesco Ulrich Beck). La nostra psiche rimane legata a meccanismi di difesa primordiali che, se non intermediati da una comunicazione istituzionale trasparente – nonché ferma e decisa –, minacciano di trasformare un’allerta sanitaria in una nuova crisi sociale. E, pertanto, dobbiamo imparare seriamente a distinguere tra la vigilanza e il panico, evitando di farci risucchiare istantaneamente in un’atmosfera apocalittica.




