«Non siamo immuni da pandemie, ma ora siamo più preparati»

È stato uno dei punti di riferimento del sistema sanitario bresciano, in quei drammatici mesi. Un porto sicuro per i colleghi e una voce affidabile per i media locali. A cinque anni di distanza da quella esplosione Claudio Sileo, 64 anni, direttore generale dell’Ats di Brescia, riflette sul lascito di quell’esperienza.
«È stato un evento imprevisto che però ci ha insegnato quanto non siano impossibili. Anzi, dobbiamo lavorare per evitare che conseguenze così gravi come quelle della pandemia da Covid-19 possano ripetersi. Non siamo immuni, anche per il futuro. Aver vissuto la pandemia ci ha insegnato a dover essere più preparati, a non considerare impossibili eventi di questo tipo e a coordinarci meglio con un piano pandemico preventivo».
Com’è cambiata la Sanità da allora? Ci sono stati anche effetti positivi nel settore?
Il sistema sanitario ha certamente subito la pandemia, da un punto di vista prevalentemente organizzativo. La medicina del territorio è stata completamente rivalutata e così pure tutta l’area della prevenzione. Abbiamo capito che bisogna investire in professionisti che non solo curano ma che sono anche capaci di fare prevenzione sul territorio. È la cosiddetta assistenza di prossimità.
Crede che la disaffezione (seppur minoritaria) nei confronti dei vaccini si sia accentuata con il Covid-19 o fosse qualcosa di latente nella società?
È paradossale che proprio i vaccini, che ci hanno salvato da forme più gravi e che ci hanno consentito di uscire prima dalla pandemia, siano additati da qualcuno come causa di problemi e patologie nella popolazione. Abbiamo raggiunto livelli di immunità di gregge superiori al 95%, un risultato storico e forse insperato. Ma ancora oggi il sentimento di diffidenza è rimasto: basti pensare a quanto impatta in negativo il numero di adesioni alle vaccinazioni del morbillo, con una recrudescenza dei casi. No smetteremo mai di affermare che i vaccini salvano vite e salvano dalla diffusione di malattie infettive.
Qual è il suo ricordo più brutto di quei primi mesi del 2020?
Tra tanti brutti ricordi, il peggiore è stato vivere di giorno grandi criticità a Brescia e rientrare la sera a Bergamo venendo a sapere quanti amici e conoscenti non ce l’avevano fatta. Una confusione tra ruolo professionale e ruolo di cittadino. Vivere e lavorare nelle due città più colpite mi ha profondamente e tristemente segnato.
E il più bello?
L’inizio della campagna vaccinale simbolicamente al Civile in un freddo dicembre. Era incredibile che dopo un solo anno ci fosse già un vaccino, non eravamo sicuri fosse così efficace ma lo è stato. È stato come vedere la luce in fondo al tunnel.
Oggi sapremmo affrontare meglio una pandemia? E quali errori non dovremmo fare?
Siamo più pronti. I piani pandemici sono stati redatti e aggiornati ad oggi livello. Non dovremo fare l’errore di sottovalutare perché questo passaggio di specie dall’animale all’uomo può essere letale e portare ad effetti nuovi e incontrollabili per la specie umana. Le prossime pandemie saranno sicuramente legate a questo fenomeno e anche all’antibiotico-resistenza, altro grosso tema emergente. La pandemia deve averci insegnato a non mollare mai l’attenzione, ad approfondire gli studi scientifici e a prevedere il più possibile effetti negativi che anche i comportamenti umani possono determinare.
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