Cronaca

Silenzio e memoria: Brescia commemora le vittime del Covid

Occhi lucidi e cordoglio al Vantiniano. La città si è stretta oggi pomeriggio attorno al ricordo e alla comunità che «ha dimostrato valore»
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

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Brescia ricorda le vittime del covid

È iniziata nel silenzio dei presenti. I soli suoni che si potevano udire erano quelli delle campane che battevano le 17 e della ghiaia sotto le scarpe. La cerimonia di commemorazione delle vittime del Covid al Cimitero Vantiniano è stata commossa e sentita, segnata dal rispetto e dal cordoglio: tra un intervento e l’altro qualche sospiro e, al termine della cerimonia, si intravedevano occhi lucidi, trasporto ed emozioni.

La commemorazione per le vittime del Covid al Vantiniano
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La commemorazione per le vittime del Covid al Vantiniano

Parole e ricordo

La prima a prendere la parola è stata la sindaca Laura Castelletti: «L’unica cosa che possiamo offrire a chi non c’è più è la nostra memoria» ha detto. Ha ricordato quei giorni difficili segnati da un silenzio rotto solo dall’urlo delle ambulanze; di contro ha elogiato la comunità «che in quei giorni difficili ha dimostrato il suo valore» e poi il lavoro di tutti, dei dipendenti comunali, dei medici e degli infermieri, delle forze dell’ordine, dei servizi sociali, dei servizi cimiteriali («che hanno garantito la dignità di chi se ne era andato e il rispetto alle famiglie»).

E ha aggiunto: «Abbiamo compiuto qualcosa che solo nei grandi momenti della storia riesce. Anche se le cicatrici ci sono ancora. Molti hanno pagato con la vita e Brescia non lo dimentica». In conclusione la sindaca ha chiesto che venga approvato il piano pandemico nazionale.

Poi è toccato al direttore generale dell’Ats, Claudio Sileo: «Il mondo si è trovato di fronte ad una situazione drammatica, il sistema ha retto e ha minimizzato l’impatto. Il Covid ha lasciato delle eredità: il post covid, del quale sappiamo ancora poco sugli effetti a lungo termine, e la carenza delle vocazioni per le professioni sanitarie. Di contro possiamo dire che abbiamo imparato molto».

E in conclusione ha espresso la necessità di «creare le condizioni perché non si ripeta mai più e per questo - ha detto - è necessario cambiare ogni giorno il modo di intervenire per saper dare risposte».

La lettera di Andrea

Particolarmente toccante l’intervento di Raisa Labaran, consigliera comunale con delega alla sanità e infermiera ospedaliera, che ha letto il messaggio scritto il 23 marzo 2020 da un paziente di nome Andrea – che poco dopo è morto – su un vassoio monouso: «A tutto il personale, nessuno escluso, voglio esprimere il ringraziamento per ciò che avete fatto. Siete delle persone fantastiche, mi avete curato, coccolato. Purtroppo è impossibile riconoscervi sotto la vostra armatura. Mi dispiace. Mi sarebbe piaciuto conoscervi personalmente, uno a uno. Un giorno, fuori, quando tutto sarà finito, se mi incontrerete per strada o in un locale fatevi riconoscere. Voi potete farlo».

E ha detto: «In quel tempo sospeso e drammatico quel vassoio destinato a durare un istante ha saputo farsi memoria. Quelle parole per noi sono diventate qualcosa di più. E mentre fuori il mondo rallentava fino quasi a fermarsi, in ospedale non si adeguava e continuava a chiedere risposte. E lì con gli assistiti per i quali il respiro non era scontato e l’assenza dei familiari diventava spazio da abitare, noi diventavamo tutto: cura, voce, contatto e a volte pure l’ultimo sguardo. Prendersi cura è un atto umano. E oggi siamo chiamati a custodire quella memoria».

La fede e l’ospitalità

L’ultimo a prendere la parola è stato il vicario generale della Diocesi, mons. Angelo Gelmini che ha riportato alla memoria, con le parole pronunciate da Papa Francesco in una piazza San Pietro deserta, «la tempesta inaspettata e furiosa» e quell’immagine della barca sulla quale tutti ci trovavamo e sulla quale tutti dovevamo remare insieme».

Ha quindi ricordato le telefonate tra il vescovo, le famiglie e le istituzioni e come, grazie ad una di queste, il Centro Paolo VI si sia aperto a quei guariti ancora contagiosi diventando un passaggio fondamentale verso il ritorno alla vita, un luogo di cura, di appoggio, di conforto.

E così, come era cominciata, nel silenzio rispettoso, è stata posata la corona d’alloro al monumento di Bergomi inaugurato 3 anni fa. E la compagnia che aveva fatto memoria a sei anni dall’inizio della pandemia si è sciolta accompagnata solo dal rumore della ghiaia sotto le scarpe di chi si allontanava.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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