Sarà scaramanzia ma ieri l’attesa in Transatlantico, tra i capannelli di deputati e giornalisti, alla vigilia del voto segreto di questa mattina sulla riforma elettorale non era così spasmodica come ci si poteva aspettare dopo il clamoroso tonfo del governo a luglio. Da due giorni molti politici raccontano alla stampa che questa volta non ci saranno problemi: sarà un modo per esorcizzare l’ansia, sarà che i controlli di palazzo Chigi sono diventati ferrei, insomma l’«aria che tira» è questa.
Dopodiché il tema delle chiacchiere da buvette riguarda la prospettiva delle elezioni anticipate e l’intreccio con la sentenza che la Corte Costituzionale dovrà dare sul «Melonellum», dal momento che l’apposito comitato di giuristi di sinistra è pronto a presentare istanza di violazione della Costituzione in una trentina di tribunali italiani che poi, se lo riterranno, gireranno il quesito alla Corte. Già, ma in che tempi? Mettiamo che il verdetto arrivi, come si dice, verso febbraio: se sarà positivo si andrà a votare col nuovo sistema; se invece ci sarà una bocciatura rimarremo fermi al sistema vigente.
Con la prima ipotesi si potrebbe votare a maggio insieme al rinnovo dei sindaci che pare sia la soluzione che Meloni preferisce. La seconda strada porterebbe invece alla scadenza naturale della legislatura alla fine del 2027. Esito questo che piacerebbe a tutta l’opposizione (che non ha ancora regolato i suoi conti: programma, leader, ecc.) e a mezza maggioranza dal momento che Lega e Forza Italia hanno bisogno di tempo per risolvere i loro problemi interni.

Il partito del rinvio è molto più ampio di quel che si pensi, se non altro perché il timore di non tornare a Roma colpisce non pochi parlamentari. Tutti costoro sperano – anche chi non lo può ammettere – che la Corte Costituzionale risolva il problema bocciando la nuova legge come fece dieci anni fa con l’Italicum.
Però ieri un costituzionalista e politico di lungo corso come l’ex comunista Lucio Villone avvertiva che la legge («che è una porcata») è stata comunque scritta tenendo molto bene in conto il venturo giudizio della Corte, quindi «si illude chi pensa che la strada sia in discesa e che papà Mattarella o mamma Consulta tolgano le castagne dal fuoco».
E il messaggio dell’anziano ex parlamentare era rivolto soprattutto ai suoi sodali di sinistra. Altro scenario possibile è invece che il verdetto della Corte arrivi più in avanti nel tempo e quindi dopo la data presumibile delle elezioni anticipate. In questo caso se la sentenza fosse negativa ma posteriore al voto, le Camere sarebbero ugualmente legittime.
Comunque vada bisognerebbe spiegare a Mattarella il motivo di tanta fretta: le gravi emergenze che stravolgono il contesto geopolitico potrebbero consigliare prudenza al Capo dello Stato, l’unico che abbia il potere di sciogliere le Camere e così frenando il calcolo politico che a Palazzo Chigi si fa da tempo: accorciare la legislatura col miglior sistema elettorale possibile e non passare un intero anno di campagna elettorale che in realtà avvantaggerebbe solo il populismo di estrema destra di Vannacci.




