La sconfitta alla Camera del governo e della presidente del Consiglio in prima persona è un fatto che riveste una importanza politica di prima grandezza. Giorgia Meloni, che da sempre spinge per reinserire le preferenze nella legge elettorale, ha sfidato le opposizioni a votare a scrutinio palese il loro «no» - che è come dire il no alla possibilità che gli elettori scelgano chi eleggere - ed invece è stata battuta a scrutinio segreto dai suoi stessi parlamentari, pare un po’ più di trenta franchi tiratori di centrodestra.
Tajani e Salvini si erano piegati alla volontà della premier ma il compromesso, accettato ufficialmente, è stato rifiutato dalla base parlamentare, probabilmente da chi ha paura che le preferenze mettano a rischio la sua rielezione.
Quindi qui c’è una persona che si è intestata un obiettivo ed è stata sconfitta (anche se solo per un voto) dalla sua stessa maggioranza, e questa persona si chiama Giorgia Meloni. Nel momento in cui, dopo una sconfessione così plateale dal Parlamento, le opposizioni si alzano a chiedere le dimissioni del governo e le elezioni anticipate, si è effettivamente sul ciglio di questa discesa. Certo, dipende dalla volontà di Mattarella che potrebbe giudicare il momento internazionale troppo pericoloso per sciogliere le Camere e avere una lunga fase di vacatio del governo da qui fino ad un appuntamento elettorale presumibilmente dopo l’estate, in autunno.

Ma siamo sicuri che Giorgia Meloni abbia compiuto un errore così grossolano? Che abbia ceduto al nervosismo, al gusto della sfida, lei che è sempre così opportunisticamente fredda nelle mosse tattiche? Sarebbe un errore più tipico di Renzi. C’è in effetti chi ne dubita. La tesi è la seguente: Meloni ha voluto cadere in aula su un argomento politicamente redditizio («Io volevo restituirvi il potere di scelta, la sinistra non ha voluto!») perché vuole, lei, andare al voto il prima possibile. Ci sono tante ragioni che motiverebbero un tale sospetto. Proviamo ad enumerarle.
Primo, bisogna fermare la crescita di Vannacci (a spese della Lega e non solo) ed evitare che il generale alzi troppo la cresta. Secondo, bisogna cogliere la sinistra ancora in mezzo al guado delle scelte non fatte, per esempio chi sarà a candidarsi a premier, se Schlein o Conte, per non parlare della postura filo russa del M5S che mette in difficoltà il PD. Terzo, bisogna votare prima della prossima legge di bilancio che potrà distribuire ben pochi dividendi all’elettorato, data la situazione di crescita stagnante e le rigidità UE. Sono solo tre, ma già basterebbero per vedere nel voto anticipato una via d’uscita possibile.
Il lettore forse ricorderà che sin dalla sconfitta al referendum sulla Giustizia, abbiamo scritto che difficilmente Giorgia Meloni avrebbe accettato il triste destino dell’anatra zoppa a cui tutti possono sparare da qui alla conclusione naturale della legislatura nel 2027. Il sospetto che vi abbiamo raccontato e che gira nel Transatlantico di Montecitorio, in effetti darebbe ragione a quella ipotesi. Vedremo.




