Opinioni

Il paradosso dello stabilicum

La soglia del 42% rischia di lasciare entrambi i poli senza premio di maggioranza: si potrebbe aprire la strada all’instabilità che promette di evitare
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Una scheda elettorale infilata nell'urna - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una scheda elettorale infilata nell'urna - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il Parlamento italiano si appresta a cercare di approvare una legge elettorale che vorrebbe garantire una maggioranza a chi vince le elezioni (per questo i promotori la chiamano «Stabilicum», anche se, dal nome di chi l’ha tenacemente voluta, molti la definiscono «Melonellum») ma che potrebbe non mantenere la promessa di riuscire nell’intento. Infatti, l’asticella fissata per ottenere il premio di maggioranza e avere circa il 55% dei seggi alla Camera e al Senato è pari al 42% dei voti. Quando il centrodestra ha concepito il meccanismo, i sondaggi davano alla coalizione di governo circa il 46%, quindi il 42 era una soglia più che rassicurante.

Oggi, però, complice la nascita imprevista del partito di Vannacci, il raggruppamento che fa capo alla Meloni è fra il 40 e il 42% scarso, superato dal campo largo. Il quale, a sua volta, è dato abbastanza comodamente sopra il 42, ma dovrà scontare per forza i malumori e gli abbandoni degli elettori che considereranno invotabile una coalizione con Conte candidato premier (i centristi che non lo sopportano potrebbero sostenere Azione, fuori dai poli) oppure con la Schlein (che più di qualche pentastellato potrebbe non votare, preferendo l'astensione). Insomma, quel 42% potrebbe non essere raggiunto da nessuno. In quel caso, addio premio di maggioranza: niente stabilità tanto decantata. Anzi, torneremmo alla Prima Repubblica, perché il sistema di riserva nel caso in cui i poli si fermassero sottosoglia assegnerebbe i seggi di Camera e Senato con la proporzionale, per la prima volta dal 1994.

Si dirà che, data l'entità del premio, basterebbe abbassare l'asticella della soglia al 38 o 40%, ma è meglio non scherzare col fuoco, anzi con la Corte costituzionale, la quale – in una precedente pronuncia in materia di leggi elettorali – ha stigmatizzato i premi abnormi. Quindi, niente 38 più 15; si resta al 42%, poi si vedrà se la quota – che tutti pensavano alla portata di entrambi i poli – sarà raggiunta da qualcuno. Tanto varrebbe, per evitare lo scenario di nuove elezioni subito dopo l'insediamento delle prossime Camere o la nascita di un governissimo Pd-FdI-centristi (la cui idea turba i sonni di Meloni e Schlein) tenersi la legge vigente, che verosimilmente potrebbe permettere a uno dei due poli di avvicinarsi molto al 50% dei seggi, se non addirittura di superarlo, per via del surplus che si può accumulare vincendo in quella quota di seggi assegnati nei collegi uninominali nei quali il candidato più votato è eletto.

Ma la Meloni non può gettare alle ortiche l'unica riforma di sistema messa in cantiere che può diventare legge (e neppure, tuttavia, allearsi con Vannacci che farebbe pesare i suoi voti al punto da diventare il vero dominus del governo di «destra-destra» che nascerebbe dopo le elezioni). Inoltre, l'Italia è il Paese nel quale chi ha voluto una riforma elettorale ha poi regolarmente perso le elezioni successive: Segni, il centro e la sinistra hanno perso nel '94 alla prima prova del «Mattarellum»; il Polo di Berlusconi è stato battuto sul filo di lana nel 2006 nonostante il «Porcellum» di Calderoli; infine, la prima prova del «Rosatellum» ci diede un Parlamento con tre blocchi e senza maggioranza precostituita. I ricorsi storici non sono leggi ferree, ma inquietano un po’ la destra (e anche il Pd).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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