Se ci sei batti un colpo, era la sollecitazione che veniva mossa a Elly Schlein da commentatori e sondaggisti e pure, all’interno del suo partito, dai riformisti. E il colpo l’ha battuto, finalmente, in direzione. «Siamo unitari, ma non remissivi. La nostra sarà un’alleanza inclusiva, ma non è che uno vale uno», ha perentoriamente dichiarato. Ma resta il dubbio che parli alla suocera (Giuseppe Conte, nome mai pronunciato) perché la nuora (le correnti interne del partito) intenda.
Sinora la segretaria del Partito democratico si è baloccata con i riscontri incoraggianti che le forniscono i sondaggi. Al momento, le rilevazioni indicano infatti il centrosinistra in vantaggio; il che suscita nella dirigenza e nel popolo progressista la convinzione di essere sulla strada giusta e che la vittoria sia a portata di mano. Ma prendere alla lettera i sondaggi presenta un rischio serio, ossia di innamorarsi della propria rappresentazione demoscopica.
L’ottimismo è certo un buon tonico, ma talora fa abbassare il livello di guardia. Dietro la tranquillità dei numeri si nasconde una questione politica profonda: il Pd rischia di restare prigioniero della contraddizione tra la sua tradizione riformista ed europeista e la necessità di allearsi con forze distanti su dossier internazionali, economia e difesa. Il problema non è l’alleanza in sé ma, quando l’unità diventa un fine primario e ogni discussione sulla linea viene vista come una minaccia, fa smarrire il confine tra inclusività e subalternità.
Si veda l’elezione supplettiva tenutasi a Reggio Calabria-Locri domenica scorsa. Essa mostra quanto sia fragile il passaggio dal consenso potenziale al voto effettivo: il candidato del centrosinistra si è fermato al 36,59%. È vero che una singola suppletiva non è una prova generale delle Politiche, ma racconta almeno una cosa: il consenso stimato dai sondaggi non è acquisito. Non basta sommare sigle per ottenere automaticamente una maggioranza. Tra un sondaggio e una scheda nell’urna c’è di mezzo la politica vera: candidati, territorio, credibilità, programmi e capacità di mobilitazione.
Il guaio del Pd è che s’è costretto a modellarsi sugli alleati. A farsi sempre concavo e mai convesso. Non è tutta responsabilità della segretaria. D’altro canto non è compito facile liberarsi di un vincolo che attanaglia il partito. Il dilemma del Pd è di lunga data: è nato con l’ambizione di essere un partito-coalizione, che comprendesse cioè al suo interno tutte le cinquanta sfumature di rosa del centrosinistra, dalla Fiom ai liberali.
In quel partito le primarie avevano un senso. Ma ora il partito di Elly Schlein non è altro che parte di una coalizione di partiti, e il suo pluralismo interno, o meglio la sua strutturale disomogeneità politica, ha portato a un’imbarazzante paralisi del pensiero. Lo si è visto, ad esempio, quando Schlein ha osato fare una proposta di governo sull’energia e gli alleati le sono saltati alla gola, obiettando che non si dialoga con gli avversari, e che comunque loro non sono d’accordo.
Ci troviamo insomma di fronte al caso più unico che raro di un partito maggioritario della coalizione che non può avere idee sue, tranne quella di essere unitario. Il Pd ha smarrito la bussola della sua missione originaria: essere il perno di un riformismo moderno, capace di coniugare crescita economica, rigore istituzionale e lealtà incrollabile verso i pilastri dell’alleanza euroatlantica.
Il banco di prova più impietoso di questo cortocircuito è emerso con drammatica evidenza sui dossier internazionali. Di fronte alle crisi che hanno ridisegnato i confini della sicurezza globale, il campo largo ha sbattuto contro il muro eretto dai Cinquestelle. Sotto le mentite spoglie di un pacifismo di facciata, si è riaffacciato un retropensiero antioccidentale.
L’asse stretto ha esposto il Partito democratico a un pericoloso scivolamento culturale. Un pacifismo asimmetrico, che predicando la resa dell’aggredito finisce per legittimare le ragioni dell’aggressore – l’autocrate di Mosca – con buona pace della cultura della difesa dei diritti umani e del diritto internazionale che fanno parte del suo Dna.
Elly Schlein deve decidere se vuole costruire il campo largo senza lasciare che sia il campo largo a costruire il Pd al posto suo. Perché i sondaggi fotografano un momento, ma le elezioni presentano sempre il conto.




