Da tutto a poco. Forse troppo poco. In ottant’anni i Consigli comunali hanno vissuto la stessa parabola del Parlamento: man mano svuotati nel loro ruolo, poi dimezzati nei numeri e infine ridotti a mero conteggio di consensi. Potrà apparire una semplificazione drastica. Ma non troppo.
Il Consiglio comunale è l’organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo del Comune. E detta così, può sembrare che davvero il timone sia nelle mani dei consiglieri eletti dai cittadini. Ma questo avveniva all’inizio, ottant’anni fa, ed è avvenuto per quasi cinquant’anni, quando si eleggevano i consiglieri, esprimendo le preferenze all’interno delle liste di partito, con un sistema totalmente proporzionale.
La maggioranza prendeva corpo in Consiglio, che eleggeva sindaco e giunta. Ed ogni decisione – ma proprio tutte – passava dal voto del Consiglio comunale, che aveva quindi un ruolo preponderante e di costante pressing su sindaco e assessori. Allora il Consiglio era anche il luogo del dibattito pubblico su ogni questione che riguardasse il Comune... e il mondo. Ognuno dei duecento Comuni del Bresciano potrebbe raccontare la sua storia. Vi erano paesi dove sindaci che brillavano di luce propria, hanno dominato per decenni. E vi erano paesi emblematici per la loro litigiosità, divisi sempre, al punto da essere commissariati anche più volte. La media, tuttavia, era quella di Consigli comunali consapevoli del loro ruolo e di sindaci e assessori che dovevano cercarsi consensi e fiducia fra gli eletti. Scelte discusse e ridiscusse in serate e notti animate, se non infuocate. Anche questo favoriva la partecipazione dei cittadini. Certo, erano altri tempi, c’erano partiti e sezioni, circoli e associazioni, sindacati e federazioni. C’erano i corpi sociali intermedi che agivano da cuscinetti per le contrapposizioni e da catene di trasmissione per aspettative e voti.
I Consigli comunali erano la prima palestra di ogni politico di razza: lì si dovevano dimostrare abilità dialettica, capacità di azione e mediazione, concretezza e carattere. Sfogliando i documenti di quegli anni si incontrano tutti i nomi di spicco della politica bresciana, quelli che sono diventati leader, parlamentari, sottosegretari e ministri.
Poi le diatribe si sono incancrenite: correnti, clientelismo, politica faziosa, invadente e asfissiante... e un eccesso di verbosità con dibattiti che andavano dalle buche sui marciapiedi al golpe in Cile. Si è fatta strada l’urgenza delle riforme. Due quelle che hanno cambiato radicalmente il quadro. La prima, nel marzo 1993, è l’introduzione dell’elezione diretta del sindaco.
Ne è conseguito il ridimensionamento dei Consigli comunali: nessun potere sull’indicazione del primo cittadino, pochissimo sulla scelta degli assessori, nominati direttamente dal sindaco; svuotate le competenze, in cambio di un (un poco vago, a dire la verità) ruolo di programmazione, indirizzo e controllo. I colpi successivi sono giunti con i premi di maggioranza e con la forte riduzione del numero dei consiglieri. La seconda svolta viene con una modifica mai ben compresa (al punto che anche in questi giorni a Brescia alimenta polemiche infuocate) della pubblica amministrazione: è la Legge Bassanini (1997), che dà sì una rafforzata autonomia ai Comuni, ma assegna ai funzionari (e alla burocrazia) il ruolo gestionale. Il resto lo fa il Tuel, il Testo unico sugli enti locali del 2000.
Accanto agli esiti positivi delle riforme - l’elezione diretta del sindaco dà stabilità al sistema, la gestione amministrativa ai funzionari dovrebbe arginare clientele e corruzione - vi sono state conseguenze politiche e sociali che meritano qualche sottolineatura.
Anche per i Comuni, come per il sistema parlamentare, è stato accentrato tutto sul ruolo del governo e dell’esecutivo, dell’amministrazione che prende in mano anche orientamenti, programmi e regole, rendendo asfittico lo spazio per il dibattito politico, per la discussione e il confronto in un contesto istituzionale e non solo sui social. Tutto si regge su una semplificazione radicale: il cittadino vota, chi è votato comanda. Il resto non conta. Anche questo allontana i cittadini dalla politica, perché non c’è modo per una partecipazione vera. Si discute ormai da tempo di qualche ritocco al sistema, ma si punta sui meccanismi elettorali, come il terzo mandato, o la riduzione al 40% dei voti validi per eleggere il sindaco al primo turno. E invece, forse, varrebbe la pena di rivedere il ruolo dei Consigli comunali, un ritorno allo spirito originario per dare davvero voce ai cittadini tramite la rappresentanza dei loro eletti, per farli sentire significativi in ogni stagione e non solo una volta ogni cinque anni.




