Opinioni

La Repubblica: scelta della storia, guida nel presente

Oggi la democrazia ci appare quasi un dato naturale, come se fosse sempre esistita e dovesse necessariamente continuare a esistere. In realtà, la Repubblica è stata una conquista
Nunzia Vallini

Nunzia Vallini

Direttrice

Palazzo Loggia il 2 giugno per la festa della Repubblica
Palazzo Loggia il 2 giugno per la festa della Repubblica

Ci sono date che appartengono alla storia. Altre alla coscienza. Il 2 giugno le riassume entrambe. Ottant’anni fa gli italiani furono chiamati a scegliere non semplicemente una forma di Stato, ma un'idea di futuro. La Repubblica nacque così: da una libera scelta. Che chiede di essere alimentata ogni giorno. Uscivamo da una guerra devastante, da una dittatura che aveva piegato le libertà, da macerie materiali e morali che sembravano impossibili da ricomporre. Eppure venne trovata la forza per un atto di straordinaria maturità collettiva: affidare il proprio destino al voto, alla partecipazione, alla responsabilità.

Oggi la democrazia ci appare quasi un dato naturale, come se fosse sempre esistita e dovesse necessariamente continuare a esistere. In realtà, la Repubblica è stata una conquista. Ha bisogno di essere custodita, meritata, alimentata. Non va considerata diritto acquisito. Nè si limita a coincidere con le sue istituzioni, pur incarnandosi in esse. Non è solo Parlamento, Governo, magistratura o Quirinale. È il patto invisibile che lega cittadini diversi in una comunità di destino. È la convinzione che la libertà individuale trovi il proprio compimento dentro una responsabilità condivisa. È l'idea che il bene di ciascuno non possa essere separato dal bene di tutti.

I Padri e le Madri costituenti lo avevano compreso con una lucidità che ancora oggi ci è maestra. Provenivano da culture politiche differenti, talvolta contrapposte. Cattolici, liberali, socialisti, comunisti. Avevano alle spalle storie, sensibilità e visioni del mondo spesso lontane. Eppure seppero compiere un gesto che oggi appare straordinario: anteporre ciò che univa a ciò che divideva. Non cercarono una vittoria di parte. Cercarono una casa comune.

In quell'Assemblea sedevano uomini e donne che avevano conosciuto il carcere, l'esilio, la clandestinità, la Resistenza. Sapevano per esperienza diretta quanto potesse costare la perdita della libertà. Per questo scrissero una Costituzione che non si limitava a organizzare i poteri dello Stato, ma indicava una direzione morale alla nuova Italia. Tra quelle voci ci piace ricordare quella di Laura Bianchini, insegnante, partigiana, costituente bresciana. Nei suoi scritti e nei suoi interventi emerge una consapevolezza che conserva una sorprendente attualità. Dopo la guerra, sosteneva, non bastava ricostruire case, ponti e fabbriche. Occorreva ricostruire gli uomini. Occorreva «disarmare gli spiriti», espressione bellissima e severa insieme.

Disarmare gli spiriti significava neutralizzare ciò che anni di dittatura e di guerra avevano depositato nelle coscienze: l'abitudine alla violenza, il culto della forza, il disprezzo dell'avversario, la convinzione che il conflitto potesse essere risolto attraverso la sopraffazione. Significava restituire dignità al dialogo, alla comprensione reciproca, al rispetto della persona. In due parole, la convivenza civile. Vale anche oggi: non solo perché le guerre, a dispetto dei ripetuti «piani di pace», continuano a insanguinare il mondo. Ma perché siamo immersi anche in guerre meno visibili che comunque attraversano le nostre comunità.

Sono le guerre delle contrapposizioni permanenti, delle identità trasformate in trincee, dell'insulto elevato a linguaggio pubblico, della sfiducia sistematica verso chiunque la pensi diversamente. Sono le guerre combattute ogni giorno nei luoghi della politica, dell'informazione, della rete, persino nelle relazioni quotidiane. La Repubblica nasce invece dal principio opposto, dove le differenze possono convivere senza annientarsi.

La Repubblica non vive soltanto nella serietà delle istituzioni, vive anche nel comportamento di ciascuno di noi. Vive nel rispetto delle regole, nella partecipazione, nell'impegno civico, nella capacità di non considerare mai il bene comune come qualcosa che appartiene sempre a qualcun altro. Vive nella scuola, nelle famiglie, nelle associazioni, nei luoghi di lavoro. Vive ogni volta che scegliamo la responsabilità all’indifferenza. Il filosofo Emanuele Severino, altro grande bresciano, ci ha avvertito che nell’età dominata dalla tecnica il nichilismo non coincide soltanto con la negazione dei valori. È qualcosa di più sottile e pervasivo: è l'abitudine a considerarli provvisori, sostituibili, reversibili.

È la convinzione che nulla possieda un significato durevole e che tutto possa essere misurato soltanto in termini di utilità, convenienza, efficienza. Quando accade, il bene comune perde consistenza e le stesse democrazie si indeboliscono. Non perché vengano attaccate dall'esterno, ma perché si svuotano dall'interno. Quando i diritti sono rivendicati ma i doveri dimenticati. Quando il legame civile si allenta sotto il peso degli interessi particolari. Se Laura Bianchini invita a disarmare gli spiriti, Emanuele Severino mette in guardia sul loro svuotamento. Due linguaggi diversi, due esperienze lontane, una medesima preoccupazione: senza una coscienza civile viva, senza una responsabilità condivisa, nessuna architettura istituzionale può bastare da sola.

Nel 1946 un Paese distrutto ebbe il coraggio di credere nel futuro. Non scelse la paura. Non scelse la nostalgia. Scelse la responsabilità.

La Repubblica non è qualcosa che abbiamo. È qualcosa che siamo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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