Il cigno nero dei dazi e la scommessa europea

Trump ha cambiato le carte in tavola, generando un livello di instabilità che supera le più ardite teorie sul dinamismo/complessità dei mercati
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump - Epa/Will Olivier
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump - Epa/Will Olivier
AA

I dazi rappresentano un «cigno nero» in grado di creare una crisi importante nel sistema economico e sociale. La forte turbolenza a livello commerciale, associata a una situazione complessa sulle valute, rappresentano elementi di discontinuità e criticità per i mercati, le aziende e tutti noi. La possibilità di accedere liberamente a prodotti e servizi, ci ha abituati a superare i conflitti ideologici sul fronte della globalizzazione e a considerare la nostra vita come facilmente supportabile attraverso scambi internazionali.

Trump ha cambiato le carte in tavola, generando un livello di instabilità che supera le più ardite teorie sul dinamismo/complessità dei mercati. Abbiamo assistito ad un’incapacità da parte dei governi centrali e delle strutture internazionali nell’individuare soluzioni per contrastare l’aggressività americana. La distanza che separa i paesi europei, l’incapacità di anteporre agli interessi locali quelli continentali, ha generato quel «divide et impera» sul quale Trump aveva puntato.

Perché la crisi possa tradursi in opportunità vanno accantonati piagnistei o lamentele, concentrandosi su richieste di adeguamento dei dazi su specifici beni/servizi. Imperativo sarebbe riflettere su quali effetti si stanno determinando, ma, soprattutto, occorrerebbe agire proponendo un nuovo modello di sviluppo, basato su leve che possano garantire percorsi diversi da quelli finora seguiti, più coerenti con la situazione generatasi nei mercati. Concentrandosi su soluzioni e proposte concrete, si potrebbe cogliere una grande occasione di cambiamento. Un primo elemento sul quale l’Europa e l’Italia potrebbero agire sarebbe rendere più efficienti i processi produttivi, lavorare sulla capacità di ridurre i costi delle filiere, sprecando minori risorse, non solo spinti dalle logiche di sostenibilità ambientale, ma agendo sulle condizioni produttive ed erogative che mostrano ampi spazi di miglioramento in termini di efficienza.

La premier Giorgia Meloni - Foto Ansa/Filippo Attili
La premier Giorgia Meloni - Foto Ansa/Filippo Attili

Affrontare vecchi e nuovi mercati agendo sul potenziamento delle leve competitive (innovazione, qualità e costi). I piani del Pnrr possono essere una base importante a condizione che i vari soggetti (governi ma anche imprese e istituzioni) sviluppino reali logiche di sistema e collaborative (quante opportunità per il nostro Paese nascerebbero dal realizzare progetti orientati alla concretizzazione di reti di imprese). A livello infrastrutturale (a partire dalla Ue) avremmo l’occasione per abbandonare l’autoreferenzialità burocratica che, di norma in norma, rende sempre più difficile investire, scambiare e consumare.

Agendo in modo positivo su ciò che sappiamo fare, si dovrebbe potenziare la ricerca (pubblica e privata insieme) innovando e migliorando la qualità dei nostri prodotti/servizi investendo, ad esempio, a livello continentale su quelli connessi all’artificiale, in modo da poter rendere meno dipendente il vecchio continente dalle offerte provenienti da oltreoceano. Se i settori di offerta possono rappresentare una grande opportunità di crescita, non va più procrastinata l’esigenza di agire per efficientare il sistema finanziario (continentale e nazionale). L’accumulo di risorse in campo finanziario non associato al loro utilizzo (oculato e strategico) non rappresenta un valore a prescindere da tutti gli stress test che possiamo ipotizzare.

Agendo sulla leva finanziaria per indirizzare e sostenere investimenti mirati, potremmo superare molti degli stalli che bloccano imprese e famiglie. Un altro fronte che, per certi versi si collega ai precedenti, è quello legato ai consumi interni. Se è evidente che la spinta in atto porta il consumatore europeo a scegliere prodotti made in Ue, è altrettanto importante agire affinché lo stesso possa disporre di risorse maggiori per poter incrementare, con il proprio consumo autoctono, il Pil continentale. Prendendo spunto dalla situazione italiana, che è, esasperatamente, da considerare la meno virtuosa in Europa, sarebbe necessario partire da un dato di fatto che evidenzia come negli ultimi 16 anni il potere d’acquisto degli italiani (con dati attenuati il problema è presente nell’intero continente) sia diminuito a seguito di un’oggettiva e potente (si parla del 8,2% nel medio periodo e del 10,5% con riferimento all’ultimo lustro ) riduzione dei salari reali (e quindi della capacità di «consumo o risparmio»).

Se a questo elemento oggettivo aggiungiamo una riflessione sulla tassazione dei redditi da lavoro o di impresa, sulla loro disomogeneità e iniquità, potremmo iniziare ad ipotizzare sia una migliore distribuzione dei redditi, sia una ampliata capacità di generare opportunità investendo adeguatamente le risorse così recuperate. Un livello di evasione come quello italiano e un sistema di tassazione che penalizza redditi da lavoro e le imprese virtuose, andrebbe rapidamente smantellato. In generale la crisi dovrebbe portarci a riflettere su come i principi guida che ci hanno sostenuto lo sviluppo nel recente passato, che hanno radici filosofiche/politiche ancora attuali, sia stato progressivamente smantellato.

Uno dei capisaldi dei modelli liberale e riformista si basa su una distribuzione equa della ricchezza capace di premiare sia il capitale sia il lavoro. Questo principio per anni ha investito in un sistema sociale in grado di progredire rendendo meno dirompenti le differenze tra chi può consumare e chi no, tra chi può studiare e chi no, tra chi può curarsi e chi no e via con numerosi altri esempi di necessaria vicinanza tra gli esseri umani. È innegabile che negli ultimi decenni l’accumulo di ricchezze, abbia generato discrepanze evidenti.

Riattivare un modello che possa riorientare la capacità di accedere a beni e servizi, distribuire benessere, generare opportunità di crescita sociale attraverso progetti che riportino la formazione al centro dello sviluppo delle persone, garantire una distribuzione equa delle opportunità in campo sanitario etc, potrebbe dare vita, anche in tempi rapidi, ad un processo che, coniugando valori e principi di sviluppo con quelli di equità e di rispetto umano, rimetta energia nel motore della nostra società. Le crisi spesso sono grandi opportunità, ma per realizzarle si deve avere il coraggio di agire per modificare lo status quo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.