Opinioni

L’imbarazzo sovranista per le tariffe di Trump

Giorgia Meloni dovrà gestire in prima persona le conseguenze della sovrattassa dopo l’accordo tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

La premier Giorgia Meloni - Foto Filippo Attili
La premier Giorgia Meloni - Foto Filippo Attili

Giorgia Meloni dovrà affrontare anche le conseguenze politiche interne dopo l’accordo Usa-Ue sui dazi. Accordo che peraltro è dichiarato speranzosamente «non definitivo» consentendo alla presidente del Consiglio di ribadire che «c’è ancora spazio per battersi».

Ma di fatto sia l’opposizione sia ampi settori produttivi – lanciando allarmi per le conseguenze economiche della sovrattassa sulle nostre esportazioni – rivolgono, esplicitamente gli uni, molti più cautamente gli altri, non poche critiche all’atteggiamento del governo. Il quale ha un imbarazzo politico di fondo, se vogliamo ridurre in spiccioli la questione. E cioè che l’«amico» Trump, il potente super-alleato di cui vogliamo essere interlocutori privilegiati, anzi i «pontieri» con l’Europa, ci ha rifilato quella che Paolo Gentiloni definisce «una sberla», che per Renzi è «una Caporetto» e che per il presidente di Confindustria Orsini, di per sé certo non un avversario di Palazzo Chigi, «un problema enorme».

L'accordo sui dazi - Foto Afp/Brendan SMIALOWSKI
L'accordo sui dazi - Foto Afp/Brendan SMIALOWSKI

Insomma ci conviene il sovranismo come linea politica nazionale? Questo è il problema di Giorgia Meloni di fronte agli elettori. Lo dice apertamente un ministro di Forza Italia, Pichetto Fratin: «Sarebbe stato meglio se gli americani avessero eletto Kamala Harris, avremmo avuto meno problemi».

Ma anche Matteo Salvini, il super trumpiano che a suo tempo bizzarramente definì i dazi «una opportunità per le nostre imprese», mentre attacca soprattutto la Commissione per non aver saputo trattare con il presidente Usa, non è in condizione di ammettere che Trump è tutt’altro che un nostro sodale e che fa (sovranisticamente) solo gli interessi suoi. Se lo facesse, se lo ammettesse, entrerebbe in contraddizione profonda. Ed è proprio la cautela al limite dell’opportunismo che consente a Meloni di limitare in questo momento i danni di immagine: da una parte non ha rotto la solidarietà europea mentre dall’altra non ha neanche provato ad indurre Trump a ridurre le sue pretese.

Forse ha giocato dietro le quinte, forse. Ma adesso sarà lei a dover gestire in prima persona le conseguenze della sovrattassa che, quando arriveranno si incroceranno con la fine del Pnrr, e dovrà riuscire ad ottenere da Bruxelles le compensazioni per i settori più colpiti: dovrà lavorare per aumentare la produttività del sistema produttivo (dopo il fallimento del piano Industria 5.0) e lavorare per permettere alle famiglie un maggiore potere d’acquisto, visto che l’Ocse ci ha ricordato che l’Italia è tra i paesi europei con i salari più bassi, in picchiata del 7% nel 2025.

Sarà il governo di centrodestra a dover dimostrare di essere in grado di far fronte alla sfida contenuta nel nuovo equilibrio transatlantico che Trump sta imponendo con la sua ascia da boscaiolo. Questa è obiettivamente una occasione per l’opposizione visto che in autunno si voterà nell’importante test delle regionali. Sapranno i litigiosi partiti dell’opposizione approfittare del momento di difficoltà del governo? Difficile dirlo date le divisioni, le incongruenze, le rivalità che travagliano il mai nato «campo largo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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