Ci sono voluti più di quattro anni, ma infine l’accordo di libero scambio tra l’Ue e l’India è approdato sul tavolo del Consiglio europeo. Ora la parola spetta agli Stati membri e al Parlamento europeo. Sarà una ulteriore cartina di tornasole sulla genuinità della vocazione al free trade dei Ventisette, dopo le unanimi e giustificate reazioni ai dazi di Trump (solo da noi qualcuno l’azzardò sui loro benefici effetti per le imprese). L’accordo è, infatti, l’ultimo tassello di una accelerazione della politica di liberi commerci dell’Ue, volta proprio a smorzare gli effetti del protezionismo trumpiano, attraverso la diversificazione: il mondo è più grande degli Stati Uniti.
In effetti, a maggio veniva concluso il negoziato commerciale con il Messico; in marzo era stata la volta dell’accordo con Australia, con a fianco un innovativo partenariato in materia di sicurezza e difesa; a inizio 2026 il Consiglio europeo aveva autorizzato la firma dell’accordo Mercosur. Nel settembre del 2025 era stato firmato l’accordo commerciale con l’Indonesia. Una accelerazione, si diceva, conseguenza di una storica vocazione, per via della quale l’Ue è il maggior blocco commerciale al mondo, per poi vantare un ulteriore primato: essere il principale partner commerciale di 80 Paesi; per contro, gli Stati Uniti lo sono per poco più di 20.
Questo risultato con l’India è stata ricordato dalla presidente Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione, assieme a quelli qui sopra indicati. Il commercio tra i due è già florido. L’interscambio di beni e servizi è stato di poco inferiore ai 190 miliardi di euro nel 2025 (un raddoppio nell’ultimo decennio), mentre lo stock di investimenti Ue nel subcontinente ha oltrepassato i 132 miliardi nel 2024, a fronte di 120 di quelli indiani da noi. Circa seimila imprese europee operano in India.
Nello specifico dei manifatturati si tratta di un interscambio sia intra-industriale quanto inter-industriale. Il secondo è quello di più antica data, fatto essenzialmente di macchinari contro tessili e minerali. Il primo è il frutto dell’imponente sviluppo economico dell’India dell’era della globalizzazione, e ora costituisce il fulcro dell’import-export. Ad esempio, Ue e India si acquistano reciprocamente un quasi identico ammontare di macchinari e mezzi di trasporto, per un importo attorno ai 20 miliardi. Questi prodotti pesano per la metà dell’import complessivo europeo, mentre i tessili non vanno oltre il 10 per cento.
One step closer!@EU_Commission has put forward its proposals to the @Council for the signature & conclusion of #EUIndiaFTA.
— EU in India (@EU_in_India) September 11, 2026
This landmark agreement will improve market access, reduce tariffs and provide predictable rules for trade and investment between the EU and India. 👇 https://t.co/qBHaCo75bX
Ma cosa prevede l’accordo? L’India liberalizzerà il 96% dell’import, l’Ue quasi il 99. La maggior parte al momento dell’entrata in vigore, con periodi di transizione dai 3 ai 7 anni per i prodotti non liberalizzati immediatamente. Complessivamente, la riduzione delle tariffe consentirà un risparmio di circa quattro miliardi annui in dazi per i prodotti europei.
Uno specifico capitolo dell’accordo preserva le modalità dell’Ue, in materia di sicurezza alimentare per i prodotti di produzione interna, al livello di quelli importati. Ancora, tra tanti altri aspetti dell’accordo, è contemplato un meccanismo di salvaguardia bilaterale per consentire ai partner di adottare misure temporanee qualora un aumento significativo delle importazioni liberalizzate causasse gravi danni alle rispettive industrie.
Nel preambolo del testo si legge di come Ue e India siano convinte delle potenzialità dell’accordo per creare «un mercato ampliato e sicuro per i beni e i servizi, rafforzando così la competitività delle loro economie». Quanto l’Ue sia in cerca di competitività, lo sappiamo bene. Quanto le misure in proposito stentino a concretizzarsi lo sappiamo ancor meglio. Bruxelles ha fatto la sua parte. Non siano miopi nazionalismi, magari sospinti da interessi elettorali da mancetta a questa o quell’altra categoria, a vanificarli.




