La direzione imposta, almeno apparentemente, all’Argentina da Javier Milei è coerente con la visione anarco-capitalista del suo presidente. Liberissima circolazione dei capitali, concorrenza sfrenata, privatizzazioni e spinta ipertecnologica sono alcuni dei capisaldi economici del Paese sudamericano a trazione estrema destra, ricalcando i pensieri (e i fatti) di alcuni dei principali tecnocrati statunitensi. Su tutti Elon Musk e Peter Thiel.
E ovviamente in questa sfrenata corsa all’oro, dove la persona è mero individuo e spesso solo ingranaggio di un processo produttivo, la peggiore faccia dell’intelligenza artificiale si mostra. Quella della freddezza del calcolo, dell’assenza di regolamentazione, della sostituzione totale del lavoro umano, del profitto come fine.
Ecco perché l’innovativa idea delle «Non human company» rischia di essere una trappola. Con questa terminologia si indica una nuova categoria societaria, che Milei ha ventilato di inserire nella legislazione argentina: si tratta di un’impresa dove gli essere umani sono assenti e tutto è gestito da agenti AI. Evitando in questo specifico caso giudizi morali, è interessante ragionare sul fatto che anche un software potrebbe in questo schema avere una personalità giuridica. Siamo lontani anni luce dalle pagine del manuale Torrente-Schlesinger, eppure il problema prima o poi si porrà.
In una siffata società, chi è il vertice in termini di obblighi e di responsabilità? Quale tribunale è chiamato a decidere sulle «azioni» di uno o più agenti AI? E sul piano internazionale, a chi spetta la giurisdizione e perché? Sono solo alcune e non certo esaustive domande, ma che rendono palese la complessità del fenomeno intelligenza artificiale in ambito giuridico.
Forse l’Argentina non è un fulgido esempio dal quale farsi ispirare, ma non è in dubbio che il suo fervore turbocapitalista stia costringendo il resto del mondo a confrontarsi con ciò che fino a poco tempo fa era solamente una suggestione.





